Living Hell

Voto dell'autore: 4/5
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Il vivacissimo cinema horror giapponese era come una giostra; altro gettone, altro giro, altro film, altra modalità nella presentazione del terrore. Il fulcro principale della paura di questo film è rappresentato da una anziana e una ragazzina tendente all’anoressia. Ogni film ha la sua formula; c’è Sadako e la sua VHS, c’è Hanako San e le sue toilette infestate, c’è Tomie la “mangiauomini” e stavolta per questo lungometraggio di Shugo Fujii tocca a due inquietanti e letali creature femminili, l’anziana e la ragazzina. La messa in scena (il regista cura sia la sceneggiatura che il montaggio) è spesso primitiva e altalenante ma l’efficacia del film è innegabile. Mai titolo fu più azzeccato; è proprio un inferno quello che cresce lungo il film per poi esplodere nella girandola impazzita di colpi di scena, rivelazioni e follie collettive finali.
L’inizio ha quasi del pre/post argentiano. Nero. Guaiti di un cane. La padrona di casa si sveglia, impugna una mazza da baseball e si fa coraggio (al contrario del marito che rimane a dormire). Isterica è la sua reazione quando scopre in soggiorno una ragazzina che sta sbranando a morsi il suo cane, mentre una vecchia apparsa alle sue spalle si impossessa della mazza e colpisce. Uno scarabeo rinchiuso in un bicchiere a testa in giù viene posto invece sul viso dell’uomo e prontamente fa scempio dei globi oculari.
La trovata originale è quella di presentare fin dalla prima scena le due creature maledette, per poi inserirle in un contesto familiare incontaminato per minare la resistenza dello spettatore. Vittima sacrificale per quasi mezzo film è un ragazzo disabile costretto sulla sedia a rotelle utilizzato dalle due come bersaglio per il tiro a freccette, colpito ripetutamente da colpi di taser, ferito e alimentato a scarafaggi e riso condito con il proprio canarino. E poi un’esplosione di tematiche horror a 360°; gemelli siamesi, fantasmi, doppie personalità, psicopatici, scienziati folli, il tutto condito da timide sequenze gore. La modalità di costruire la paura è duplice; la prima è quella della imprevedibilità della posizione spaziale dei corpi (ossia il far apparire le persone dove secondo la logica spaziale o mentale dello spettatore non dovrebbero esserci). La seconda è quella classica della rivelazione improvvisa (o della sparizione) delle creature, spesso celate da altri corpi o porzioni architettoniche. L’effetto è quasi sempre efficace. Un film fatto di contrasti e sono proprio i contrasti a trasmettere il terrore. L’immobilità e staticità del corpo dell’anziana, cozza con la sua ferocia quando inizia a correre verso la vittima generando un’oggettivo terrore. Caratteristica ricorrente del regista è di abbinare agli attori delle automobili e di renderle presenze vive e centrali alla composizione, silenti coprotagoniste della scena. Più volte gli attori sono ripresi riflessi sugli specchietti laterali dei mezzi (come nel suo corto Black Hole) o filtrati attraverso porzioni di carrozzeria, in una curiosa fascinazione automobilistica che lo porta ad inquadrare ripetutamente i veicoli o porzioni di essi con una macchida da presa in posizioni sempre azzardate. Un’unica nota di demerito va ad una musica perennemente fuori luogo e deleteria.

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