Long Day’s Journey into Night

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Luo Hongwu(Huang Jue) entra in un cinema.
“Tra film e ricordi c’è una differenza: i film sono sicuramente finti”.

Ma dov’è che prendono vita entrambi? In sogno. Una dimensione altra, a sé stante, in cui i confini tra realtà, memoria e inconscio si confondono, eppure tutto appare così vero.

Luo Hongwu entra in un cinema e inizia a sognare. Finora si è improvvisato detective nel tentativo di fare ordine tra indizi e reliquie del passato; suoni, pagine, fotografie e vecchi ingranaggi, luoghi, sensazioni che prendono forma nelle figure di una donna perduta e un’altra che forse non c’è mai davvero stata.

Eventi reali e immaginati, presente e passato uniti, dipartite e misteri irrisolti. Luo Hongwu entra in un cinema, ed è il perno su cui film e ricerca che lo anima fanno leva, per invertire la rotta ed entrare a capofitto nel sogno: lì vedremo compiersi il percorso finale, o iniziatico. Luo Hongwu inforca un paio di occhiali 3d e lo spettatore con lui, seguendo l’avvertenza comparsa a inizio film. Il vero viaggio comincia.

Notte di Capodanno.
Numerosi spettatori cinesi si riversano nelle sale. Esce Long Day’s Journey Into Night, opera seconda di Bi Gan (Kaili Blues) già apprezzata a Cannes, vincitrice di tre premi ai Golden Horse Awards e lanciata come singolare scommessa sul mercato locale, definendola il passatempo perfetto per chiudere l’anno, dopotutto il titolo cinese è traducibile come “L’ultima Notte sulla Terra”.

Un film d’autore, di un regista giovane (classe 1989), da sottoporre alla prova del botteghino per capire quanto potrà incassare anche spacciandolo per qualcos’altro e sfruttando contaminazioni di genere: trailer e poster dipingono un dramma romantico, con quell’impronta noir ormai ascrivibile a moderata tendenza tra le produzioni Mainland. L’esperimento riesce, o almeno in parte dato che a fronte di cospicue prevendite, dopo le primissime proiezioni Long Day’s Journey Into Night incontra le critiche dei netizen traditi e sconcertati dalla non linearità (quando non vacuità) e dall’incedere atmosferico del film.

Termina così l’exploit di quella che per molti ignari è stata la notte più strana sulla Terra. E se il titolo inglese, preso in prestito dal drammaturgo Eugene O’Neill non è l’unico elemento a suggerire criteri di scelta volti più a restituire un’atmosfera, un intreccio di rimandi fragili e liberamente interpretabili (Bi Gan nasce poeta) che a sorreggere un’impalcatura semantica, quello originale ci rimanda a una sorta di filosofia dell’effimero che pervade ogni scena, oltre l’ennesimo riferimento letterario. Bi Gan torna con il suo protagonista a Kaili nella Cina più profonda e meno celebrata, e lo fa riproponendo elementi del film precedente, stavolta con intenzioni più marcate.

Non a caso l’impressionante piano sequenza in 3d che occupa l’intera seconda metà film appare tremendamente più reale della prima: un giro di giostra dove l’autore gioca a replicare minuziosamente un sogno e afferma che se davvero c’è un mistero, se ci sono risposte reali, si trovano lì. Ma non per questo sono facili. Non a caso ai frammenti, alle suggestioni alternate nella prima metà è contrapposto l’incedere costante e ipnotico della seconda, verso la proiezione di un inconscio e del mondo che gli è germogliato intorno.

Long Day’s Journey Into Night è un’opera complessa, anche se non propriamente ostica. Oltre l’intimo caos di ossessioni del suo autore conserva una chiarezza di pensiero di fondo, un certo afflato poetico che si libra da una realtà sgangherata, la carica di ambiguità e malinconia per poi sovvertirla e riplasmarla dandocene inconscia consapevolezza.

Non tutto colpisce nell’istante perenne che governa il tempo per Bi Gan, e molto già si trovava in Kaili Blues, ma la sua visione rimane interessante e riesce a far presa tramite il linguaggio utilizzato a dispetto di vuoti e pretese.

La vicenda commerciale del film in patria d’altro canto evidenzia caratteristiche di un mercato, e un circuito, ancora relativamente giovani come quelli della Mainland cinese. L’ultima notte sulla Terra prima o poi finisce e anche se non siamo lì a testimoniarlo, rimane la curiosità verso cosa seguirà dopo; ma più che di futuro, qui si parla di eterno ritorno.

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