Lost Chapter of Snow: Passion

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Lost Chapter of Snow PassionE’ una iconografia luminosa, ma velata di una profonda tristezza quella delle Idol. Negli anni in cui si consacrava la popolarità di queste ragazzine in bilico tra l’essere popstar e modelle, figlie di un boom economico apparentemente senza limiti, ma che avrebbe ben presto mostrato le sue incrinature, la loro onnipresenza finiva per strabordare nel cinema. Tra i cineasti del periodo uno dei più attenti nell’esaminare il fenomeno di costume fu certamente Somai Shinji, già nel suo esordio di Tonda Couple, ma soprattutto in Sailor Suit and Machine Gun dove la marinaretta, la divisa da studentessa, il primo vero costume da idol diventava vero e proprio schermo di separazione tra l’individualità della star protagonista Yakushimaru Hiroko e quella dello spettatore. In tempi più recenti in cui è maturata una massiva industrializzazione dello spettacolo, con la presenza di stormi interi di idol come le longeve Morning Musume o il più moderno battaglione AKB48 con tutte le sue filiazioni di gruppi e sottogruppi, spesso il marketing si aggrappa proprio a quel costume come ultimo livello di separazione. Il cambio della divisa è oggetto di notizia esattamente quanto la pubblicazione di un nuovo singolo, videoclip o la partecipazione ad un evento delle ragazze; Fa parte del meccanismo inconscio di fruizione del fenomeno e riduce al minimo il margine di libertà d’espressione di ogni singola persona. E non è un caso che, una volta facente parte di un gruppo, ognuna di queste ragazzine deve sottostare ad un rigido codice di condotta per non tradire le aspettative del suo pubblico.

Al di là però della moderna perversione del sistema spettacolare, nel 1985 in cui uscì questo film, gli autori avevano margini più ampi entro i quali muoversi. Per quanto non debba essere stato facile nemmeno allora gestire una superstar di qualche generazione successiva a quella della Yakushimaru come Saito Yuki, Somai aveva dalla sua la grande capacità di far smettere alle proprie attrici quel costume che veniva calcato loro addosso dalla società. Con i suoi film aveva già indicato la via e l’85 e` anno significativo, perché è proprio lo stesso anno in cui la Saito esordì in televisione nel ruolo principale di Sukeban Deka, la serie in cui interpretava una studentessa detective armata di YoYo, fortemente debitrice della protagonista di Sailor Suit and Machine Gun. Lost Chapter of Snow: Passion fu invece l’esordio sul grande schermo per la giovane attrice, venuto nell’anno piu` prolifico per il regista che arrivò nei cinema anche con Typhoon Club prodotto dall’ATG e addirittura con Love Hotel, un Roman Porno per la Nikkatsu scritto da Ishii Takashi. Fu un film in cui la Saito smetteva totalmente i panni di una ragazza di successo e vestiva quelli di una tormentata orfana, in un periodo particolarmente ricco di storie simili e parallele a questa. E non a caso questo film veniva fuori durante il periodo natalizio in contemporanea con Four Sisters di Obayashi Nobuhiko.

Tra le altre cose ambientato nella gelida Sapporo in Hokkaido, Nord del Giappone località in cui si è abituati a convivere con la neve, il film è tratto da uno dei romanzi di Marumi Sasaki che fa parte di una quadrilogia sugli orfani. Adattato per l’occasione da Tanaka Yozo, esperto sceneggiatore di scuola Nikkatsu per cui curò diversi storici capisaldi dell’erotismo come Flower and Snake, successivamente autore di un pezzo di storia importante del cinema nipponico come la trilogia Taisho di Suzuki Seijun (Melodie Zigane, Kagero-za e Yumeji), Lost Chapter of Snow è film dalla dubbia morale. Vero che non è compito del cinema sostenere un’etica, ma quello di raccontare strorie. Altrettanto vero è che una storia simile è davvero difficile da raccontare se non si è degli ottimi narratori, dato che all’occorrenza non bisogna aver paura di affondar le unghie nella carne viva.

Dal lungo e incantevole piano sequenza iniziale, di oltre 14 minuti dove se c’è qualche taglio di montaggio è ben invisibile, parte la lunga premessa in cui si narra di una bambina di appena sette anni che viene adottata da un giovane uomo. Già da lì si intuisce bene o male quanto verrà, che la storia di Yori sia destinata a dolorose evoluzioni che vanno ben oltre quelle del suo status di orfana. Yuichi (Enoki Takaaki) preferisce il freddo di Sapporo al microclima mite della baia di Tokyo dove potrebbe trasferirsi e tutti sembrano intuire quel legame celato ma non troppo che unisce i due. Siano essi il miglior amico Daisuke, la nemica coetanea Hiroko, la badante di Yuichi e ovviamente la fidanzata. Non è la prima volta che i fiori vengono usati per comunicare simbolismi all’interno della narrativa giapponese, così la cameriera suggerisce a Yori che il suo padre adottivo l’ha coltivata fino a farla fiorire mostrandole dei fiori, così Yori intuisce che Hiroko è stata avvelenata osservando dei fiori mal curati. Una giovane vita che sboccia da una parte, una giovane vita che appassisce dall’altra, eros e thanatos che si riflettono simmetricamente come nei più classici archetipi della letteratura mondiale. Anche se il simbolismo è assai didascalico, tutto però funziona alla perfezione nella struggente storia di Tanaka che più volte sfocia in lirismi e sequenze oniriche gestite da un Somai, talento ormai maturo alla sua ennesima consacrazione. La sua eleganza registica applicata alla sua inventiva donano alla giovane e immatura idol un duplice spessore che oggi a fatica si può scorgere in alcune sue odierne colleghe. Per questo a loro modo regista e attrice rappresentano una breve, irripetibile stagione del cinema nipponico da riscoprire a tutti i costi.

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