Lost in Beijing

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Lost In BeijingLost in Beijing è stato il caso cinematografico del 2007. Uscito con forti riserve da parte della commissione di censura cinese, alla fine approvato dopo l’imposizione di tagli, passato al Festival del Cinema di Berlino, distribuito da una label francese, uscito ad Hong Kong, poi in Cina e infine il quattro gennaio 2008 paradossalmente congelato (con un assurdo ripensamento) da parte della stessa commissione di censura, seguito da un conseguente blocco per due anni a carico di regista e produttore. Effettivamente il film non possiede nulla che possa rivelarsi accattivante nei confronti delle regole ormai più leggere, ma talvolta comunque rigide nei confronti di alcune tematiche, ancora in vigore all’interno del cinema cinese; al contempo il regista proveniva da altri film già abbastanza “forti”. La Pechino mostrata è fredda, cupa, grigia, capitale del vizio e della prostituzione, anacronistica, sudicia, malinconica, una visione accorata e amorevole, ma non idilliaca e idealistica. Al contempo la prima mezz’ora di film è un’estenuante susseguirsi di scene di sesso ai limiti dell’esplicito, il che gli ha fatto attirare l’accusa di pornografia. Non fosse altro che dopo la prima parte il film prende altre direzioni e la componente “sessuale” quasi si eclissa.

Liu Pingguo (Fan Bingbing), il personaggio che dà il titolo originale al film, è una ragazza di campagna giunta a Pechino che lavora come massaggiatrice in un club gestito da Lin Dong (Tony Leung Ka Fai). Suo marito, An Kun (Tong Dawei) fa il lavavetri a centinaia di metri da terra proprio nel grattacielo in cui lei lavora. Ed è così che un giorno la scopre mentre, ubriaca, copula con il suo capo. Dopo le prime scaramucce, la sorpresa; Pingguo è incinta. Si scatena così il conflitto tra i due uomini relativo alla reale paternità del bambino e un successivo affetto paterno emergente, frammisto a rabbia, invidie e gelosie, trasformando un film travolgentemente erotico, in una commedia agrodolce dai risvolti disperati.

La regia è fortemente invasiva, quasi “documentarista”, abbandona i raccordi e si attacca ai personaggi, assemblando in montaggio. Lo stile con macchina a spalla ovviamente regala una parvenza di realismo rendendo viva la città, in uno stile che può evocare da una parte Wong Kar-wai, dall’altra Hou Hsiao Hsien e Tsai Ming liang. Alla fine molto fumo e poco arrosto, la seconda parte galleggia sul già visto e a salvarla sono le straordinarie prove di attori (una straziante Fan Bingbing che dona allo spettatore il suo corpo percosso e penetrato e Tony Leung Ka Fai con le chiappe al vento quanto e forse di più che in Cherie di Patrick Tam) e le belle visioni della città, anche se a volte poco organiche e organizzate, quasi delle riprese di un filmino delle vacanze. Anche la messa in scena immediata e semidocumentarista non brilla per originalità, ma il risultato finale nonostante l’eccessiva lunghezza, rimane dentro.

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