Love Exposure

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Love ExposureColossale e debordante non solo nella durata complessiva, l’inafferrabile, adrenalinica e provocatoria ultima prova del talento, ormai una promessa mantenuta, di Sono Sion, uno degli autori più interessanti del panorama giapponese attuale. Affermatosi con Suicide ClubNoriko’s Dinner Table, uno dei fenomeni cinematografici del 2006, qui Sono porta (per adesso) a compimento in modo grandioso la sua riflessione sui mali della società giapponese e soprattutto dei falsi miti religiosi, dal cattolicesimo, alle sette. Partiamo sempre da un presupposto, una grave debolezza individuale di fondo, un problema con padri o madri, che poi degenera in una grave squilibrio nel rapporto col mondo esterno.

In Noriko’s Dinner Table, infatti, Noriko era una ragazza insoddisfatta e stanca della vita di provincia e con un rapporto pressoché nullo con i familiari, come molti adolescenti, che cercava di risolvere i suoi problemi su un blog decidendo poi di andare in città dove veniva irretita da Ueno 54 e dal suo culto, fino al suicidio collettivo delle  54 studentesse su un binario della stazione.
Yu di Love Exposure è anche lui un ragazzo in difficoltà; la madre è morta e il padre si è fatto prete. L’uomo costringe il figlio a confessare i propri peccati e il ragazzo non avendo fatto nulla di male decide di commetterne per compiacerlo, così inizia a fotografare le studentesse sotto le loro minigonne diventando un pervertito. (Shion ha raccontato di aver preso spunto dalla storia di una persona che ha davvero conosciuto, romanzandola e trasformandola). Ma per lui in questo non c’è niente di erotico nè eccitante, è in questo che sta la stranezza, la distorsione. Per lui Yoko, la ragazza di cui è innamorato è la Vergine, come la madre scomparsa.

Ma non c’è solo il cattolicesimo ad essere preso in giro, i riferimenti alla cultura occidentale, al pensiero filosofico tanto occidentale che orientale, le citazioni, anche nel campo dell’arte, sono molte, spesso solo dei nomi o dei riferimenti brevissimi, ma che denotano comunque il gusto per l’erudizione, anche senza profondità. In questo film, Le figure femminili fondamentali che si contrappongono, in continua lotta fra loro, una incarnazione del bene e una del male, sono Yoko e il suo opposto, Koike (Ando Sakura) una delle adepte più feroci della setta della Chiesa Zero, che ha la stessa funzione di catalizzatore che attrae i protagonisti nel suo mondo infernale e delirante, che svolgeva per Noriko, Ueno 54. Koike, sempre in uniforme bianchissima, con un canarino e seguita da altre compagne altrettanto crudeli, proviene anche lei da una realtà spaventosa di rapporti familiari assolutamente deviati. Molestata e violentata dal padre arriva addirittura a mutilarlo, in una delle scene truculente forse più gratuite. Violentissima, efferata, forse più di un maschio, Koike non abbandona mai il ruolo che si è prefissata, il suo è un ghigno quasi perenne, il suo volto non è quasi mai naturale. La deformazione, la distorsione sono forse uno degli elec’è persino la prostituta stonata che si innamora del padre di Yu e lo sposa. In fondo la religione non ha che una funzione pratica come tante altre cose, come l’arte, la musica, il cinema, la letteratura, risponde a un bisogno fondamentale, esiste per questo. Il concetto di peccato, di redenzione, di fede, di amore non sono il corollario del teorema, ma la sua più piena espressione. Le scene più potenti e non a caso più ricordate, sono quelle straordinarie in cui in un autobus abbandonato lungo la spiaggia in riva al mare, Yu cerca di salvare Yoko dal lavaggio del cervello e dalla manipolazione a cui l’hanno sottoposta i membri della setta, in cui la ragazza recita i versetti della celebre lettera di San Paolo ai Corinzi, citata anche nel capolavoro di Kieszlowski sulla libertà Film Blu. Amore e redenzione sì, in fondo sono per Sono forse l’unica effettiva forza che ci può salvare veramente, ma non li dobbiamo cercare negli altri, nei familiari, o nella religione, ma in noi stessi, senza compromessi.

Altre evidenti analogie narrative e simboliche tra i due film principali del regista, a rasentare l’iconoclastia, in un susseguirsi, soprattutto nella parte iniziale, di croci, e statue di santi e madonne, sono quelle che riguardano i pasti. Questi ultimi rappresentano infatti il momento prediletto di riunione e discussione in famiglia, in qualsiasi cultura e a qualunque latitudine. In Noriko’s Dinner Table costituivano un nodo non solo tematico, ma anche narrativo determinante. I clienti chiedevano alle due protagoniste di inscenare proprio dei pasti con le figlie, come segno di normale routine e intimità familiare e la carneficina finale arrivava proprio durante una terribile cena a base di stufato giapponese. Anche in questo ultimo capitolo della trilogia del suicidio, la resa dei conti finale, naturalmente tra schizzi di sangue vertiginosi, arriva proprio durante un pranzo immacolato, in cui Keiko è a tavola con Yoko e il padre e la madre di Yu, convertitisi al nuovo culto.

Questo Love Exposure potrebbe sembrare un pasticcio, anche un po’ pretenzioso, e la durata, detta così, spaventa, ma il mix di registri e di generi tiene, grazie agli effetti, al montaggio e all’uso perfetto di una musica che spazia dal classico Bolero di Ravel, che accompagna le imprese voyeuristiche di Yu, al ritmo psichedelico, velocissimo e allucinato della band underground Yura Yura Teikoku. Nonostante gli evidenti eccessi a cui l’operazione si potrebbe prestare (dobbiamo considerare che il regista voleva un film di sei ore a conclusione della trilogia sul suicidio), avvince e tiene incollati fino all’ultimo fotogramma.

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