Love, Guns & Glass

Voto dell'autore: 4/5
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Love, Guns & GlassCi sono film ad Hong Kong, come in Italia (ai tempi buoni), come in ogni parte del mondo, estremamente poveri, costruiti con due lire e con tanto nulla dentro solo al fine di investire tutte le proprie risorse in un’unica scena che possa essere quella da veicolo per la vendita del film. Sono film benedetti, figli ripudiati di un’arte irriconoscente, coloro che sono liquido amniotico di quei pochi figli riusciti e non abortiti che poi assurgono a capolavori chiacchierati e sparlati. Sono film storti, invalidi, paraplegici, ma che sono amati da una cerchia di appassionati, archeologi dell’arte dimenticata, ricercatori delle libertà stilistiche perdute, uomini dallo sguardo puro, liberati dal fardello di occhiali da sole neri coperti di polveri nemmeno troppo sottili, di teorie stantie e sovrastrutture propagandistiche figlie di una globalizzazione (s)culturale  e del (buon) gusto. Questo film rientra in toto nella categoria. Love, Guns & Glass è bruttarello forte, avanza come un ubriaco barcollando a destra e manca senza mai decidere una direzione da prendere, con uno sviluppo perennemente improbabile, con del melodramma indeciso e forse fuori rotta anche per gli standard cantonesi, una fotografia sbiadita (aggravata dal pessimo VCD della Universe). Anche la storia non interessa nessuno:

Yung Siu Wing (Simon Yam) è un boss delle triadi sposato e con figlioletta a carico, ma che si sacrifica per salvare i ragazzi della propria gang finendo in prigione per dieci anni. Mentre è dentro la moglie (Farini Cheung Yui Ling) lo tradisce e sperpera tutto il suo patrimonio al gioco d’azzardo. Una volta uscito, cerca di ricostruire il proprio impero, ma si innamora di una docile ragazza, Yeuk Cheng (Cecilia Yip Tung) perseguitata da orde di usurai malavitosi. Tra i due sarebbe anche idillio se non si inserisse un rancoroso criminale (Chin Ho) a cui Yung Siu Wing aveva abbattuto il capo (ovviamente Shing Fui-on) sparando attraverso la sua guancia tenendo la pistola all’interno della sua bocca, sfigurandolo in volto.

I motivi di interesse dell’intero film poggiano quindi su due elementi, le performance attoriali e alcune sequenze. Guardando agli attori notiamo un istrionico ed eccessivo Simon Yam (Election), una Cecilia Yip (Swordsman) che si muove con una recitazione molto particolare e controllata, un Roy Cheung (Exiled) più convincente del solito e un glaciale Chin Ho (The Last Blood) nella parte del villain di turno.
In quanto alle scene, fin dall’inizio si susseguono dei microeventi molto piacevoli, dal proiettile che esplode dalla guancia di Chin Ho, fino a tutta la parte in abiti matrimoniali in cui il sangue imbratta il bianco festivo della cerimonia. Ma il climax del film –come spesso in questi casi- è la tellurica e frenetica sparatoria finale, assolutamente di routine all’interno di questa cinematografia e di questo genere, ma di nuovo incredibile. Chin Ho continua a fare esplodere automobili a colpi di fucile a pompa, la conta dei colpi fa concorrenza a quella dei corpi fino ad un cattivo gettato in una piscina colma di acido, che continua a ghermire i protagonisti con il corpo sciolto, fino ad un epilogo dinamitardo assolutamente incredibile.
Le coreografie di assoluta routine sono del bravo Philip Kwok e si dividono la regia un regista alquanto bizzarro come Ivan Lai (The Blue Jean Monster) e Lai Gai Keung.

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