Love Is a Many Stupid Things

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Love is a Many Stupid ThingsWong Jing è probabilmente uno dei più grandi errori storici della critica. Accusato di arrivismo e superficialità, è però uno dei più importanti produttori e registi del cinema di Hong Kong degli ultimi venti anni. Figlio d’arte, per capirci, è uno che ha insegnato il lavoro a Johnnie To e che è sopravvissuto, senza cambiare stile, alla crisi del 1997 mettendo la propria firma sopra un buon centinaio di film. I suoi lavori rappresentano il lato pulsante del genere puro e duro, diretti, senza fronzoli, dinamici. Elimina dai film tutte le caratteristiche individuali del regista, clona, unisce, spezza, crea generi e ne imita altri, crea il caso, lo parodizza e ne genera anche gli apocrifi. In questo caso si appropria dell’ evento dell’ anno, la trilogia di Infernal Affairs di Andrew Lau e Alan Mak (2002/3) e ne produce prima un rip-off, Colour of the Truth (2003) co-regia sua e di Marco Mak e poi la parodia, Love Is a Many Stupid Thing. Il regista non esita ad utilizzare stesse location, situazioni narrative, musiche e anche attori. Dalla trilogia arrivano infatti Chapman To, Eric Tsang, Shawn Yue, più un vasto assortimento di facce vecchie e nuove del cinema di Hong Kong, dallo stesso Wong Jing e suo padre (visto recentemente anche in alcuni film di Johnnie To) a Max Mok a Nat Chan (nel ruolo che era di Anthony Wong). La trama ripercorre vagamente quella della trilogia, il tutto condito però da un numero di personaggi femminili decisamente elevato e in abiti da estate torrida. Lo stile non è così vulcanico e il ritmo è discontinuo, alcune risate sono assicurate e i momenti migliori sono senza dubbio quelli più surreali, che puntualmente si innestano senza soluzione di continuità nel contesto della narrazione.

Una goffa parodia dei super sentai giapponesi, una di Ring, Nat Chan che tra diverse opzioni sceglie quella alla “John Woo” e intraprende una sparatoria pirotecnica con tanto di voli, scivolamenti, ralenti e colombe bianche abbattute.
Degna di nota anche la trasformazione tutta resa dalla maestria dell’attore, di Eric Tsang in un troll e il finale che ironicamente fa presagire che la trilogia si sia generata dalle storie avvenute in questo film. E quello che era nell’ originale uno dei momenti più tesi (la morte di Anthony Wong), qua diventa uno dei più esilaranti. Insomma una commedia non da annali ma che piacerà a quelli che sanno a memoria le gesta degli “eroi” di Infernal Affairs.

 

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