Love – Zero = Infinity

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Dirty Wife: WetSpesso viene indicato come l’inizio della fine nella carriera del più rappresentativo dei pinku shitenno.1 L’unica cosa certa però è che Love – Zero = Infinity, come intendeva chiamarlo il regista Sato Hisayasu, o Dirty Wife: Wet, come fu invece titolato dal distributore Shintoho, finisce di fatto per muoversi sulle coordinate di precedenti lavori come Survey Map of a Paradise Lost o Re-wind. Non a caso lo sceneggiatore è sempre Yumeno Shiro e non a caso la protagonista è nuovamente Ito Kiyomi, la qual cosa si tradusse, in termini pratici, nella ripetizione pedissequa di classici difetti e pregi del loro cinema, che lo hanno reso un oggetto misterioso al radar dei critici cinematografici, ma al contempo uno dei nomi più invisi ai produttori. Fu proprio da questo titolo che la fino allora frenetica produzione incominciò a diradarsi, a dissolversi nel video, piuttosto che venir proiettata nei fumosi cinema specializzati in pink eiga.

In una delle sue classiche castronerie Thomas Weisser, nella sua Japanese Cinema Encyclopedia: The Sex Films, lo definisce come il primo film giapponese a parlare di AIDS, la qual cosa lascia intendere che non avesse mai visto il precedente Survey Map of a Paradise Lost nonostante ne parlasse poche pagine prima. Vero che il tema viene certamente sviluppato maggiormente da Yumeno e Sato in questo caso, anche se dire “sviluppato maggiormente ” è puro eufemismo per indicare una maggior coerenza di Yumeno e Sato nella narrazione, raggiunta lasciandosi alle spalle il fantomatico sviluppo investigativo che si ostinavano a dare in precedenza alle loro storie, ma come al solito l’autore americano pecca nel tentativo di affabulare il lettore.

Nella storia il veterano attore pinku Ito Takeshi interpreta un derelitto finito a Tokyo dopo l’abbandono della ragazza. Nella grande città si muove a casaccio inseguendo persone sconosciute, che lui stesso definisce UFO, e già questo è sufficiente a giustificare la medesima andatura a casaccio della sceneggiatura. Almeno per questa volta. Il primo incontro è con due balordi, maschio e femmina, che lo introducono a questa curiosa moda dello scambio di sangue a mo’ di stupefacente chiamata “blood storm”. Il secondo è con la misteriosa vampira interpretata da Ito Kiyomi, che ama da par suo tirare via il sangue alle sue vittime per perseguire un suo elaborato piano di vendetta contro le multinazionali. Queste compagnie sono colpevoli di aver messo in commercio sangue infetto da HIV e aver contagiato ignari pazienti. Nel frattempo compare anche il marito della vampira che spiega in malo modo tutta la vicenda al povero protagonista pregandolo di mettersi sulle tracce della moglie, che a quanto pare agisce in questa maniera inusitata a causa di una eccessiva cura di ormoni sperimentali.

Cercare di comprendere la relazione tra blood storm, vampirismo, HIV e ormoni sperimentali da un film scritto da Yumeno è forse troppo. Non ci sono ragionamenti, sillogismi e voli pindarici in numero sufficiente al mondo per colmare tutte queste lacune e bisogna piuttosto sapersi accontentare del buon stile messo in campo da Sato. A dirla tutta, quanto di bello visto negli altri film si ripropone qui. Inquadrature rubate ai megaincroci giapponesi o lungo strade secondarie, con tanto di involontarie comparse che guardano in camera interdette secondo il classico schema da guerrilla filmmaking, si alternano a molta camera a mano per una volta funzionale al prelievo degli umori urbani che si vogliono trasmettere. Il cinema di questo regista sarà sempre così, sfuggente e impercettibile, privo probabilmente di quel valore che gli permetterebbe di entrare nei posti giusti, quelli dove lo vorrebbe collocare certa critica almeno, facendo però un disservizio totale allo stesso autore. Certo cinema non deve essere considerato alla stregua di un mostriciattolo che per merito di un qualche intervento esterno diventi presentabile. No. Certo cinema deve restare lì nel suo buco, pronto ad assalire chi si avventura a scoprirlo.

[1] Jasper Sharp, Behind the Pink Curtain, FAB press.

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