Lucky Dragon No. 5

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La follia degli americani non si fermò con l’utilizzo di due bombe atomiche contro la popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki. Per dodici anni dal 1946 al 1958, operarono sessantasette esperimenti nucleari con deflagrazione di bombe atomiche all’idrogeno nell’Atollo di Bikini, riconvertito per l’occasione a poligono nucleare. Il film di cui stiamo parlando racconta degli effetti di una di queste esplosioni su di un equipaggio di pescatori al lavoro.
Il Lucky Dragon 5 era una barca noleggiata da dei pescatori di tonni. Partita dal porto di Yaizu con un equipaggio di 23 persone il primo maggio del 1954 è testimone di un’esplosione atomica nonostante fosse in territorio reputato “sicuro”. A causa delle avverse condizioni meteorologiche la nave fu investita da una sorta di cenere bianca (ribattezzata “la cenere della morte”). Tornato a casa, tutto l’equipaggio fu ricoverato con forti sintomi da radiazione, mentre gli Stati Uniti cercarono di insabbiare -come al solito- la questione. Dopo pochi mesi il capitano morì. E qui si ferma la narrazione del film. Evento fortemente scolpito nell’immaginario dei giapponesi, tanto da essere alla base di numerosi film incluso in parte il primo classico Godzilla di Honda è stato capace di suggestionare un regista noto ai più per i suoi successivi classici dell’horror e portarlo ad un cinema di impegno civile. Kaneto Shindo infatti è noto in occidente per i suoi capolavoro horror Onibaba (1964) e Kuroneko (1968); ma nativo di Hiroshima decide di seguire prima un percorso più impegnato con film come Epitome (Shukuzu),  The Gutter (Dobu) e l’affine Children of Hiroshima (Genbaku no ko, 1952).
Questo Lucky Dragon No. 5 ha uno stile più sobrio e un ritmo continuamente in bilico tra spensieratezza e dramma incipiente. Alterna sezioni quasi documentaristiche ad altre a forte impatto melò, consegnando anche alcuni robuste sezioni di bel cinema. Un cast affiatato che non vale come singolo ma come collettivo e un tatto tipico dei giapponesi che lo avvicina in parte agli umori umili di un libro come Diario di Hiroshima. Seppur visivamente ben lontano dai più noti lavori del regista questo titolo si rivela un’ottimo documento di un’epoca e una sentita visione neorealista di un Giappone con una grande voglia di rinascere ma che continuava a fare i conti con un passato ancora presente e luttuoso.

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