Lunch Box

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Lunch BoxCome d’usanza per i pink eiga dagli anni ’90 in poi, anche questo film è provvisto di più titoli. Quello con cui uscì nei cinema per sporcaccioni è l’abbastanza improbabile Jukujo: Hatsujō Tamashaburi, che non solo accenna alla presenza di donne mature (jukujo), ma fa anche riferimento a metodi non troppo convenzionali per ovviare alla foia. La recente edizione per l’home video titola invece col più criptico Tamamono (たまもの) che significa dono, colpo di fortuna o qualcosa di contiguo e si apre a molte interpretazioni. Il titolo invece più comune è stato però per anni Obento, che nella versione anglofona Lunch Box è anche quello più noto e con cui è stato diffuso a occidente. E si tratta di un titolo calzante. Attraverso il cibo, attraverso la meticolosa creazione del bento, il classico pasto da asporto riposto in caratteristici contenitori, preparato a casa e poi portato al lavoro, passa uno dei gesti più affettuosi che si possano intendere nella cultura nipponica. Tra madre e figlio, tra fratelli, tra amici, fino agli amanti, quel gesto di altruismo esprime tradizionalmente un sentimento benevolo verso il ricevente, che nel paese dei gesti indiretti finisce per enfatizzare quello che rientra nella sfera del non detto, di ciò che rimane sospeso nelle discussioni.

A realizzare deliziosi bento nel film è la jukujo del titolo sporcaccione. Una jukujo davvero speciale: quella splendida Hayashi Yumika, trentaquattrenne all’epoca, splendente per l’aura di leggenda che l’avvolge, che deriva parzialmente dalla sua prematura scomparsa, ma anche dalla sua innata bravura attoriale. E non è una caratteristica da sottovalutare per un’attrice proveniente dal melmoso mercato degli AV, dove per quanto amate dai fan sono rarissimi sono i casi di salto di categoria per le attrici. D’altra parte la via per i piani alti del cinema era un difficoltoso percorso anche nella decade precedente per le starlette dei Roman Porno della Nikkatsu nonostante il fenomeno di idolatria che tuttora le investe. La minuta Yumika non ce l’avrebbe probabilmente fatta lo stesso. La sua morte sopraggiunge un anno dopo l’uscita di questo film per cause misteriose, proprio il giorno del suo compleanno. Dietro però ci ha lasciato diversi documenti del suo talento e di certa sua sensibilità come le interpretazioni giovanili in curiosi oggetti, estremi come Naked Blood o meno estremi come Birthday. Entrambi portano la firma di Sato Hisayasu, ma a guardare la sua filmografia si può ben notare come sia stata un riferimento per tutti i registi della generazione dei pinku shitenno così come per quella dei pinku shichifukujin. La porzione più significativa della sua carriera è dovuta ai ruoli nei film dei secondi come Bitter Sweet di Meike Mitsuru e questo Lunch Box di Imaoka Shinji, ma se c’è un attrice che racchiude il passaggio di testimone tra le due generazioni di registi è proprio lei.

Dal giorno della sua sventurata morte Yumika è stata oggetto di tante opere a latere della sua altra produzione riuscendo in qualche modo a entrare nell’immaginario collettivo, ma in modalità più dimesse di casi analoghi di pornoattrici defunte tragicamente come Moana Pozzi in Italia o Savannah negli USA. Esempi ne sono la biografia Yumika Hayashi: A Portrait of the Actress as a Young Woman (2006) e la docufiction Annyeong Yumika che è un delirante viaggio in Korea sulle tracce di un produzione locale che la vedeva tra i protagonisti. Il documento più sentito è però Kantoku Shikkaku (監督失格) di Hirano Katsuyuki, regista di AV ed ex-fidanzato di Yumika, che durante un viaggio in bicicletta del 1996 documentò in video l’escursione. Un oggetto così strano da avere in casella di produzione il nome di un gigante come Anno Hideaki.

Sono tentativi forse tardivi, forse colpevoli, di ricordare che al di là dei corpi martoriati nei pinku o peggio negli AV, esistono pur sempre delle persone reali con tutte le loro contraddizioni e il loro bagaglio di emozioni. Almeno, poco prima, grazie a  Lunch Box arrivò anche un grappolo di meritati premi per l’attrice protagonista, per la comprimaria Hanazawa Lemon e per il film stesso al Grand Prix dei Pink Eiga, premio istituito in Giappone e attribuito secondo i voti degli spettatori. Imaoka si sarebbe confermato al primo posto l’anno dopo con un prodotto ilare e più in linea con la sua cifra stilistica come Frog Song, mentre sarebbe stato buon piazzato due anni dopo con Uncle’s Paradise. Entrambi sono ben lontani da Lunch Box che tutto sommato rappresenta forse il prodotto migliore del regista anche a fronte del “ricco” Underwater Love di recente produzione nippo-tedesca.

La Hayashi interpreta Aiko, la trentenne inserviente di un bowling, costantemente infastidita a causa del suo carattere remissivo. Un carattere che vince solo dopo l’incontro con Yoshio (Yoshoka Mutsuo) che diventerà il destinatario dei suoi bento. A mettercisi di mezzo è la collega di Yoshio interpretata da Hanazawa Lemon che col suo carattere dominante seduce Yoshio per irretirlo nel matrimonio. Una vicenda decisamente banale se non fosse per i tratti con cui Imaoka la illustra e la Hayashi la interpreta. Tanto del narrato avviene fuoricampo. Il primo incontro tra i due amanti è svolto con un inquadratura fissa su Aiko che osserva qualcosa che lo spettatore intuisce cadere dai rumori, per poi scoprire quando si allarga l’inquadratura che sono delle lettere trasportate da Yoshio. Lo stesso fine meccanismo sarà riutilizzato nel finale per la scena madre, come a voler sottolineare che l’attenzione dello spettatore deve essere concentrata sul personaggio piuttosto che nelle vicende che lo coinvolgono. La cosa sembra dimostrare una continuità con lo stile di altri cineasti del periodo tra cui Zeze, ma rappresenta anche un caso abbastanza unico nella filmografia di Imaoka. L’unico tratto di unione tra questo film e il successivo sono alcune stramberie, come la frequente allucinazione di Aiko su una palla da bowling che, assunte fattezze umane, continua ad incitarla per andare a fare strike e svolgerà con la sua voce un ruolo fondamentale nel climax finale. Per il resto il personaggio di Aiko, o meglio a dire, la presenza scenica della Hayashi, calatasi completamente nel ruolo, prende il sopravvento sul lavoro del regista. Diviene impercettibile in un film che sembra quasi dimenticare di essere un pink eiga, dotato di poche scene di sesso, tra l’altro assolutamente sgraziate e ben poco grafiche. Chissà cosa avranno pensato i salaryman entrati in sala a vederlo. Chissà se avranno mai resistito fino alla fine di questo curioso oggetto.

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