Macabre

Voto dell'autore: 3/5
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Rumah DaraI Mo brothers non sono affatto fratelli come si può facilmente dedurre dai loro nomi (Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto), ma sono una coppia di giovanissimi cineasti classe 1980 nati per di più a pochissimi giorni di distanza. Macabre conosciuto come Rumah Dara in patria è la versione estesa dell’episodio (Dara) contenuto nell’antologia horror indonesiana Takut: Faces of Fear. Notoriamente il mefitico omnibus prodotto da Yuzna (in preda al delirio) ha come unico motivo di interesse proprio questo segmento, ma purtroppo ciò non è bastato a tirar su un film buono sotto tutti gli aspetti.

Eredità del corto sono la protagonista (Dara) che dà il nome alla pellicola interpretata dalla bellissima modella Shareefa Danish misto di caratteri cinesi, arabi e malesi e altri tre membri del cast. Nella nuova produzione, pompata anche dai soldi della ricca compagnia singaporiana Raintree  produttrice già del recente e bello Rule #1 di Kelvin Tong e della saga di film più famosi dei Pang Bros (The Eye), trovano posto anche nuovi membri del cast. Da notare soprattutto la presenza della scream queen per eccellenza del cinema indonesiano recente, quella Julia Estelle vista in tutti i film della serie Kuntilanak e quel Ario Bayu tipicamente legato ai film dell’interessante regista Joko Anwar, per il quale è stato protagonista sia in Kala che in Forbidden Door. Queste due presenze e i soldi della Raintree sono garanzia di successo in Indonesia e distribuzione immediata nei mercati esteri, ma purtroppo per noi i due fratelli Mo non ottengono gli stessi ottimi risultati dei già citati fratelli Pang.

Il film si incasella mestamente nel genere torture rilanciato in tempi recenti dal dannoso Hostel di Eli Roth e che si riprova purtroppo influente nella storia dell’horror moderno. Dara è infatti la padrona di casa in cui vengono portate sei persone dalla bella e confusa autostoppista Maya (Imelda Therinne). Le note di produzione svelano che Dara e i suoi tre protettifigli (la seduttrice Maya, il vizioso  Adam e il letale Armand) sono parte della temibile setta del serpente di cui si intravede il simbolo ad un certo punto. L’obiettivo della setta, sempre stando alle note di produzione e non alla sceneggiatura lacunosa, è l’umana perfezione e l’immortalità, tanto per rimanere nel selciato dell’originalità assoluta.

Ad ogni modo la cifra statistica del film è quella del medio prodotto del genere con tanto gore e tante armi utilizzate ad hoc: falcetti, spade, coltelli, corna di animali e quello che non vi sareste mai aspettati ovvero una motosega. La bella Shareefa è presentata come una macchietta: vestita come Olivia di Braccio di Ferro e truccata con immense labbra rosse e chignon passa il tempo a tentare di inquietare guardando in camera e parlando come Lurch de La Famiglia Addams.  Tanta ingenuità è un po’ troppa anche per dei registi trentenni e il film risulta una allegra scampagnata tra coetanei. Ovviamente è meglio degli horror scolastici conterranei e c’è da rilevare che alza di tanto la soglia del gore nel cinema indonesiano riportando il genere alla gloria sleazy delle annate d’oro del genere in patria. Ci si poteva giusto augurare un suo successo internazionale che servisse da rilancio al cinema indonesiano dal punto di vista esportazione, ma non è affatto avvenuto.

Il problema rimane però che certo cinema non ha più molte scusanti sia ad occidente che ad oriente. Non ha più senso nel 2010 replicare un Texas Chainsaw Massacre. Non ha probabilmente più senso declinare ancora nel 2010 il genere torture. Nell’era dell’informazione e dei truculenti servizi televisivi al telegiornale e nell’era di Internet e della ripresa digitale amatoriale di qualsiasi cosa sfugge davvero il senso della rincorsa alla rappresentazione dell’irrappresentabile. Almeno così si giustificava all’epoca certo cinema, non amato da chi scrive, ma che si può tranquillamente definire terribilmente datato oggi e probabilmente mai capace di partorire un vero capolavoro. Anche Macabre non riesce in questo intento di rinnovamento diventando solo un altro dvd sullo scaffale di molti. Fallisce soprattutto nel dare allo spettatore quella sottile e sgradevole sensazione di repulsione data dal dubbio di guardare qualcosa che sarebbe meglio non guardare tipica di molti lavori  del genere (basti pensare ai predecessori giapponesi degli anni ’80). In accordo con questo riesce invece nel dare quella rilettura patinata, vuoi anche volgare sotto certi punti di vista, di classici dell’horror già vista ad occidente con i remake di Non Aprite quella Porta di Nispel e Le Colline hanno gli Occhi di Aja e quindi del tutto trascurabile.

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