Magic to Win

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MagicToWinOsservando ora la carriera di Wilson Yip prendiamo atto di un personaggio indecifrabile e imprevedibile che da sempre ha alternato qualità e prodotti “alimentari”, gioielli e materiale pessimo; esordi indecisi alternati al bel Mongkok Story, due capolavori (Juliet in Love e Bullets over Summer) con in mezzo un action di routine (Skyline Cruisers), una pletora di schifezze anonime e incomprensibili e poi un grande ritorno al noir con SPL e Flash Point (ovviamente intervallati dal venefico Dragon Tiger Gate), i due dignitosi successi di Ip Man seguiti dal pessimo remake di Storia di Fantasmi Cinesi (A Chinese Fairy Tale). Ed ora questo Magic to Win che è una sorta di fusione di due anime: da una parte una convincente, seppur esile, partitura action annegata di effetti digitali alla Dragon Tiger Gate (con tanto di inutile e gratuito scontro tramite spade laser) e parallelamente tutte le scemenze sentimentali e banali de “la periode vache” personale.

Si ipotizzano dei maghi che non sono altro che uomini che hanno sviluppato più degli altri determinate zone del cervello. Ognuno di loro possiede poteri legati ad un elemento. Un mago cattivo (un Wu Jing il cui talento viene nuovamente sprecato) vuole rubare i poteri dagli altri, atto che gli permetterà di viaggiare indietro nel tempo per motivi inizialmente ignoti. Uno dei maghi però, in una notte tempestosa, con pretesti grandi come una casa perde i propri poteri e li trasferisce involontariamente nel corpo di una studentessa superficiale che li utilizzerà per vincere alla pallavolo. E qui inizia il peggio.

La mano del regista a tratti si vede ovviamente e regala delle buone sequenze d’azione. Ma tutto il resto è vuoto, noioso e risibile, e regala il classico film di Hong Kong per ragazzi che fallisce in toto il suo obiettivo a causa di una eccessiva esilità di fondo. Sembra di vedere un film della Cinema City del passato tanto tutto è vacuo e casuale. E non è un caso forse il trovare dietro molteplici zone del progetto (attore e produttore) proprio Raymond Wong Pak-Ming, uno dei nomi più presenti della storica casa di produzione brucia botteghini degli anni ’80. Va inoltre detto che molti elementi del film provengono direttamente da un film (della Cinema City, appunto) degli anni ’80, Happy Ghost, primo di cinque capitoli di una saga di successo da cui riprende parte della partitura narrativa tanto da sembrare in più di un momento quasi un remake. Conferma di questa affermazione è la compresenza di Raymond Wong,  il protagonista del primo, come attore nel secondo. Se un tempo guardavamo Wilson Yip come uno dei nomi più promettenti e sicuri dell’ex colonia ora ogni suo film si presenta come un’incognita solitamente piegata verso il basso. Un altro talento disperso dopo il landover o ancora fonte di speranza?

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