Manhunt

Voto dell'autore: 3/5
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Tempi duri per i rivoluzionari. Cosa dovrebbe dirigere un regista che ha reinventato totalmente i modi e le dinamiche tecniche di messa in scena dell’azione, con particolare dedizione a quella balistica?

E che in parallelo ha coniato stili, stilemi, stereotipi, basi fondanti, esperimenti arditi, convenzioni narrative?

Se n’è andato ad Hollywood, e poi ha cercato di allontanarsi dalla maniera e di reinventarsi. Con l’interessante Red Cliff e il meno esaltante The Crossing. “Lontani” dalla polvere da sparo e del chiasso urbano ma entrambi due dittici epici e frastornanti in pieno stile blockbuster.

Infine Manhunt che poteva quasi essere accolto come ritorno del regista ai fasti di un tempo.

Ma Woo non cede di nuovo. Per questa sorta di nuovo adattamento di un romanzo giapponese e al contempo remake del film giapponese del 1976, quale omaggio alla scomparsa di Ken Takakura che in quel titolo recitava, si affida ad un prodotto particolarmente scritto da un profluvio di sceneggiatori anche talentuosi che imbastiscono un’accozzaglia confusa di vicende e personaggi che a fronte di tanta agitazione tradisce la pochezza della storia.

Film corale pieno di svolte e risoluzioni disvelate, dettagli ed eventi ma che purtroppo restano sempre in superficie senza mai essere approfonditi. Certo, la regia a tratti è particolarmente ispirata e tradisce l’evidenza della mano di un grande maestro; nelle libertà stilistiche, negli azzardi di montaggio, nel non voler mai adattarsi in maniera automatica e condizionata alle regole classiche della tecnica cinematografica.

Ma, ammettiamolo, è solo quando iniziano a rombare le armi da fuoco, che il maestro si palesa è lo schermo esplode in una miriade di scintille che seppur ormai collaudate non possono che stimolare positivamente i sensi e l’intelligenza dello spettatore.

Perché ancora oggi, dopo trent’anni, il bullet ballet di Woo è qualcosa di ineguagliato. Con tanti discepoli e seguaci talentuosi, ma che raramente posseggono una vera impronta autoriale nel perfetto connubio tra movimento di macchina, spostamento dei corpi negli spazi scenografici, montaggio e deflagrazione degli ambienti.

Purtroppo poche sono le scene con la polvere da sparo; altre più generiche con veicoli o corpo a corpo, seppur sopra la media, peccano di scarsa originalità.

La mano del regista si nota anche nella direzione degli attori calibratissima e nel classico imbarazzo nel gestire quelli femminili, inclusa sua figlia, seppur aiutato da alcune brave attrici giapponesi e cinesi. Ma tutto il cast (tranne alcuni casi minori) avvicenda attori di elevata caratura.

C’è una freddezza palpabile e un senso del patinato che lo distanzia anni luce dai suo classici del periodo hongkonghese. E’ un film che si guarda quindi per quei rari istanti il cui l’heroic bloodshed deflagra e l’universo Cinema intero sembra sgretolarsi sotto la pioggia di proiettili coreografati dal maestro John Woo.

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