Mariposa in the Cage of the Night

Voto dell'autore: 4/5
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mariposaSenza nulla togliere al cinema più centrale del momento, ovvero quello cinese, fa pensare che mentre in un pugno di anni si sono fatti passi infiniti di apertura espressiva, ma ancora alcuni temi in loco sono parzialmente tabù e difficilmente un film può mettere in cattiva luce l’operato delle forze dell’ordine, nelle Filippine esce questo Mariposa che fa ben di peggio. E va chiarito subito che non è solo la forza “eversiva” del film a produrre opera degna di attenzione; nelle Filippine -e questo titolo ne è l’ennesima riprova- fanno film che l’Italia può solo sognarsi, attualmente. E’ un cinema vitale, composto da generi palesi e spesso ricalcati sui vari successi hollywoodiani, spesso cosparsi da tonnellate di non sempre competitivo digitale utilizzato nella stessa maniera dei “noti” ma senza possederne le capacità/risorse (Tiktik: The Aswang Chronicles, Resiklo, Ang Panday…), è un cinema sobrio d’autore, è un cinema delle commedie insipidissime (Bernal e Martinez?) o della sovrapproduzione di horror spesso pessimi (ma è anche il paese in cui la saga Shake, Rattle and Roll è attualmente giunta al suo quattordicesimo capitolo). Questo film si avvicina a dei rari e preziosissimi titoli che di tanto in tanto emergono timidamente in Asia, spesso all’interno delle cinematografie “minori”; titoli sporchi, duri, senza compromessi, magistrali; il The Ditch cinese, il Return to Murder malese, l’Identitas indonesiano e arrivando alle filippine il Casket for Rent, i film di Brillante Mendoza e questo Mariposa in the Cage of the Night. Vicini al cinema dei ’70 che raccontava la torrida provincia americana questi titoli vanno oltre, spesso sprofondando il male nelle viscere della città come l’inferno del centro di Manila narrato in questo film. Un cinema che non si vergogna di affondare le fauci nel genere senza limiti, ma con un lucido piglio autoriale dietro mai ostentato. Mariposa è un miracolo; diretto con mano sicura e con un budget ridicolo, girato con macchine prosumer e una perenne luce povera al neon, fa della sceneggiatura una delle sue armi migliori. Ciò lo distingue -ad esempio- dall’acclamato Kinatay di Mendoza che giustapponeva, avanzava lineare e paranoico. Quest’opera invece muta in crescendo, avanza per indizi e narra con precisione cristallina, mostrandosi per atti ben definiti. L’inizio è tutto sommato sommesso, da melodramma che si trasforma in thriller:

Maya, una bellissima ragazza di campagna (Erich Gonzales) riceve una lettera da un’amica della sorella che vive a Manila, con la richiesta di raggiungere subito la città. La ragazza parte e trova in un obitorio il cadavere della sorella, deforme e marcio. Cerca cosi, in una breve parte investigativa, di capire cosa sia avvenuto, entrando in contatto con l’ex ragazzo della sorella che la accompagnerà nell’inferno da cui questa era riuscita a fuggire prima del decesso. Si passa da obitori arrugginiti a aziende fatiscenti in cui si vendono animali esotici e in cui nani deformi giocano con serpenti, fino a giungere alla tana del villain in una sezione che arriva a ricordare il David Lynch di Velluto Blu. Non di sterile imitazione si tratta perché nell’istante in cui lo spettro del maestro americano si affaccia, il regista vira immediatamente la rotta e fa decollare una brutale e sanguigna parte d’azione. Il villain di turno circondato dal suo esercito di casi umani che banchettano con cervelli di scimmia, cattura ragazze e le consegna ad un incompetente chirurgo che le modella con sigillante per pneumatici al fine di ottenere una copia della donna amata raffigurata in un grosso quadro, producendo dei freak deformi che spesso marciscono; sorte toccata precedentemente alla sorella di Maya.

Non è un caso che per il ruolo sia stata scelta una bellissima modella filippina (la stessa protagonista del suo precedente Corazon: Ang Unang Aswang). Il regista -operando una scelta anomala e impopolare- senza pietà la pone a metà film sotto i bisturi del chirurgo; per il resto del metraggio la vediamo trascinarsi in cerca di vendetta, deforme, avvolta da bende, bisturi in mano e gli occhi iniettati di sangue. Raro caso di giovane attrice (ricorrente nei film del regista assieme ad altri membri del cast) che non ha paura di distruggere la propria immagine in nome di un progetto in cui crede. Nella prima scena la ragazza abbatte un komodo che ghermiva le galline del recinto e lo scuoia, non a caso la stessa sorte che toccherà al villain in coda al film. L’ottima colonna sonora è l’ennesimo bonus che incorona un film traumatizzante e che fa del basso budget pietra di vanto e scelta stilistica quasi obbligatoria.
Il beffardo, il grottesco, il surreale, scorrono fluidi su una scrittura oleata, esplodono ad orologeria e regalano un film indimenticabile.
Viene così confermato un altro ottimo regista che con Mariposa realizza uno dei titoli più interessanti del 2013 cinematografico.

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