Marronnier

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MarronierInutile, è tutto inutile il ridimensionamento che alcuni tentano di imporre alla portata rivoluzionaria del new horror nipponico, ed è anche inutile parlare di un ammorbidimento dei generi e di una globalizzazione cinematografica, almeno finché ci saranno film come questo. Paradossalmente ci troviamo all’interno di una zona povera e spesso scialba, il v-cinema, ma probabilmente non si vedeva un prodotto così originale e creativo dai tempi del rigenerante Stacy. Una fusione tra La Maschera di Cera e Puppet Master, fusi in un crogiuolo lisergico ed estenuante di ottanta minuti più simile a pura scrittura automatica che ad una progressione cinematografica riconoscibile; dopo tre quarti d’ora lo spettatore si perde nella narrazione e si lascia turbare e trascinare come Ofelia dalle acque in un fiume di invenzioni digitali, effetti sonori cacofonici, continui inserti musicali che cambiano ad ogni scena e spesso anche all’interno della stessa, effettini e tendine posticce, accelerazioni e ralenti artificiosi ma competenti, giochi di luce e colori, senso del macabro e del grottesco degno dell’ House di Obayashi. Tutto un sottogenere glorioso statunitense in voga negli anni ’80 fatto di  prodotti sgraziati ma ludici e spesso piacevoli come Puppet Master, Dolls, Evil Toys viene istantaneamente evaporato e traslocato in toto in Asia (di sicuro non in corea del Sud che ha partorito l’orribile Dollmaster) grazie a questo film, ribadendo la capacità sacrale rigenerante del terreno “X” nipponico, un’industria locale che diviene acqua di Lourdes per i sottofiloni horror abusati. Al contempo il film è un esagerato “one-man-movie”, incredibilmente scritto, diretto, fotografato, montato da Hideyuki Kobayashi che al contempo ha creato le bambole protagoniste e curato le musiche, alla faccia de El Mariachi di Rodriguez.
Hideyuki Kobayashi è il maestro creatore di bambole e boss del Koganemushi Scarabee, un teatro di burattini che utilizza soprattutto creature super deformed (spesso kaiju e sentai).
Ma il resto del cast visivamente allucinato è una sorpresa, tra idol convincenti e sensuali e noti mangaka che fanno capolino in scena (incluso lo stesso Hideyuki Kobayashi e poteva essere altrimenti?); la protagonista, Mayu è al suo esordio come protagonista, Misao Inagaki è una nota mangaka, mentre Hiroto Nakayama è un membro del Koganemushi Scarabee. A confermare lo stato di culto dell’opera la firma tra i credits del geniale illustratore dell’horror surreale Junji Ito, geniaccio dalle cui opere sono stati tratti altri lavori fondamentali del genere tra cui Tomie e Uzumaki.
L’incredibile convergenza di questi due talenti ha portato alla creazione di questo straordinario gioiello.
In campo una moda mai morta in Giappone e ora più viva che mai quella delle bambole iperrealiste, una fusione tra quelle più minute stile Super Dollfie e quelle ad evidente uso maniacale a immagine e somiglianza del vero come le Candy Girl o le A.I. Doll, unita al feticismo da abbigliamento a tema, al look da lolitismo, un’estetica cartoonistica e una tendenza estrema alla sperimentazione e creatività del mezzo digitale. Semplicemente splendide le numerose bambole presenti nel film e “pupazzosi” (appunto come in Stacy) ma non meno divertenti e piacevoli gli effetti speciali che donano al film una nota di irrealtà di chiara matrice manga. Ci troviamo sinceramente in difficoltà a razionalizzare quello si fruisce in poco più di un’ora; immagini da soap, sequenze estremamente gore esplicite, corpi umani strasformati in bambole di cera, pupazzi viventi aggressivi, mutanti e vendicativi, eccesso visivo e scenografico. Lo stato mentale finale in cui si cade emana una sensazione simile ad una visione incrociata tra Uzumaki e Stacy, un frastornamento mentale, fuso ad un’ipnosi oculare. In mezzo ad un genere abusato continuano a venire prodotti ottimi film nonostante critiche spesso campate in aria. Questo Marronnier ne è l’ennesimo esempio, un horror innovativo, originale, coraggioso e sperimentale. Tutto in un unico film. Magari non si capisce di cosa parla il soggetto, né alla fine se è un buon lavoro o meno, ma sinceramente di fronte ad un oggetto del genere queste due considerazioni passano in secondo piano.

 

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