Master Wong VS Master Wong

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Master Wong VS Master WongDopo il successo dei primi due capitoli della saga di Once Upon a Time in China di Tsui Hark, il 1993 è stato l’anno delle parodie, più o meno riuscite e più o meno rispettose.
Se Last Hero in China di Wong Jing (uscito ad Hong Kong lo stesso giorno!) mostrava una rivoluzione copernicana dell’immaginario costruito minuziosamente da Tsui Hark, demolito con una certa finezza e con lo stesso stile del prototipo, Master Wong VS Master Wong si muove ai limiti di un’ironia grassissima e volgare, del tutto palese e priva di ogni sottigliezza. Film prettamente popolare, verrebbe da pensare, adatto a fasce di pubblico prive di aspettative e alla ricerca di uno spettacolo leggero. L’interesse su cui focalizzare l’attenzione diventa un altro ed è quello che differenzia questa parodia (come allo stesso tempo Last Hero in China) dalle parodie occidentali. La prima è già stata citata nei confronti del film di Wong Jing, ossia l’adozione di tecniche e stili anche complessi pari a quelli del prototipo. Mentre in questo caso sono le note “stonate” a risultare interessanti, gli eccessi di violenza e sangue che cozzano totalmente con il clima del film, stando almeno a parametri di giudizio occidentali e una parvenza melodrammatica lasciata in mano a Carol Cheng sul finale.

Presentato il film come una storia raccontata a dei ragazzini, reinventa tutto l’armamentario creato nella saga, dallo stesso Wong Fei-hung interpretato in modo impacciato dalla (pop)star Alan Tam e qui risolto come un giovinastro che non vuole assumersi nessuna responsabilità (approfitta della  sua fama per vendere gadget in tema, tra cui riproduzioni della sua “No-shadow Kick”), accompagnato da Aunt Yee (Teresa Mo), Porky Lang (Erik Tsang), Bucktooth Sol (Ng Man Tat), mentre sul finale Carol ‘Do Do’ Cheng si ritrova a parodiare Iron Robe Yim interpretato all’epoca da Yan Yee Kwan nel primo capitolo di Once Upon a Time in China. Lo svolgimento del film è trampolino per evidenziare l’essenza stessa del titolo, ovvero un continuo passaggio del nome/titolo “Wong Fei-hung” di persona in persona, inizialmente per puri pretesti mondani, e sul finale per battere il cattivo interpretato -e poteva essere altrimenti?- da un Anthony Wong in formato Untold Story, mentre la “The General’s Theme” (ost ufficiale delle gesta di Wong Fei-hung) fluisce ininterrotta per tutto il lungometraggio, remixata e smontata in un fiume di arrangiamenti diversi, aleggiando su costumi fuori dal tempo e scenografie di marzapane.
Un piccolissimo film che ha il pregio di mostrare la vitalità di un’industria capace di autoparodiarsi in modo massiccio e non banale, diretto con una mano legata da Lee Lik-chi che sicuramente ha fatto di meglio, spesso alla regia di bei film con Stephen Chow.

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