Master Z: Ip Man Legacy

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Master Z: Ip Man Legacy non ha una bella storia, non ha una buona sceneggiatura (scritta, va detto, dallo stesso autore degli altri Ip Man, Chan Tai-Li), non ha una buona regia né una buona sceneggiatura, oltre a navigare nella maniera.

Cos’ha allora? Ha un universo narrato in cui ogni personaggio, principale o di passaggio, è interpretato da un attore/atleta di riconosciuta fama e di diversa provenienza.

Tutto questo da adito (ma non sempre, ad esempio Yuen Wah non è minimamente sfruttato in tal senso) a “continue e discontinue” sequenze di arti marziali (coreografate dal fedele Yuen Shun-Yi dello “Yuen Clan”); alcune tiepidissime e sotto la media (quelle con Ada Liu Yan e Xing Yu), altre medie (un breve scontro tra Tony Jaa e Max Zhang) e un paio riuscite. Quelle riuscite sono quelle in cui vengono mossi i pesi massimi ovvero il protagonista Max Zhang, innegabilmente talentuoso e la veterana Michelle Yeoh.

Ma a sottolineare quanto sia in crisi il cinema di Hong Kong è il fatto che a fronte di nomi così altisonanti e capaci, uno di quelli che ne esce con maggiore incisività e talento anche attoriale è proprio l’attore statunitense Dave Bautista che offre una interpretazione controllata e sfaccettata anche nelle sequenze prive di azione e che regala la migliore scena di lotta del film nel gran finale. Non è la storia che racconta dei personaggi, ma sono degli attori che si appoggiano su delle location e modellano la storia sui loro nomi.

Il problema evidente è che tanti atleti non hanno più un grosso interesse a rischiare la salute in nome dell’arte come in passato e quindi lavorano spesso limitando le proprie capacità, a volte circondati da artifizi digitali troppo presenti e invasivi.

La storia narra le vicende di Cheung Tin-Chi in esilio con il figlio dopo la sconfitta nel confronto con Ip Man. Finisce ad incrociare le vie di una gang di spacciatori fiancheggiati dai coloni inglesi.

Il regista Yuen Woo-ping ne esce sicuramente meglio rispetto al precedente Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny, ma non rispetto a The Thousand Faces of Dunjia che già non era un lavoro particolarmente riuscito, firmando uno dei film più minori della propria carriera un tempo comunque gloriosa, specie nel campo delle coreografie marziali dove ha dato il proprio contributo a più di un classico.

Producono tra gli altri gli stessi Dave Bautista e Donnie Yen.

Resta quindi un film per completisti, per fans della saga di Ip Man e per spettatori a cui non interessa il fattore cinema ma l’intrattenimento evocato dalle abilità di un numero sopra la media di ottimi atleti marziali votati al grande schermo.

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