
Titolo originale : Mayonaka No Yaji-san Kita-san
Interpreti: Tomoya Nagase, Shichinosuke Nakamura, Sadao Abe, Kumiko Aso, Tasuku Emoto, Arata Furuta, Itsuji Itao, Ryo Iwamatsu, Naoko Ken, Eiko Koike, Riki Takeuchi, Ayada Maeda, Suzuki Matsuo, Sarutoki Minagawa, Aiko Morishita, Kankuro Nakamura, Katsuhisa Namase, Hiroaki Ogi, Nao Omori, Yumi Shimizu
Sceneggiatura: Jittpensha Ittku, Kankuro Kudo, Kotobuki Shirigari
Montaggio: Soichi Ueno
Musiche: Zazen boys
Produttore: Julie K. Fujishima, Tamotsu Shiina, Hiroaki Yoshida
Data di uscita: 2005
Un “Gay-Road-Movie-Tossicologico??
Infatti, è così. Passo (da gigante) avanti nel
campo dei droga movie psichedelici e ultrapop, Mayonaka
è formalmente anni luce oltre film anche estremi e
riusciti come Paura e Deliro a Las Vegas, fondendo,
ma con modalità assolutamente antitetiche ad Izo,
tempo, spazio, storia, azione. L’intro, in bianco e
nero, cita e mima i vecchi horror giapponesi di Nakagawa e
gli Yokai salvo poi mutare in un’inaspettata e grottesca
partita a Tetris. Da quel punto arriva il colore, i due eroi
amanti, Yaji e Kita salgono in moto (sempre nel periodo Edo!!)
e partono alla volta di un tempio sito ad Ise, dove risolvere
i problemi tossicologici (fanno bella mostra di sé
moderne siringhe e pastiglie bicolori) del ragazzo e raggiungere
un locus amoenus nell’accezione semantica relativa alle
descrizioni naturali greche e latine. In questo percorso,
morale, narrativo, lineare e frammentario, introspettivo e
metaforico c’è tempo e spazio per tutto e tutti;
flussi di attori, Riki Takuchi (Dead or Alive) lanciato
nel suo viaggio verso le sommità irraggiungibili della
recitazione sopra le righe, il fumettista Umezu, Sadao Abe,
Kumiko Aso, Eiko Koike, e decine di volti noti; tempo, tra
salti nel passato in costume, fino a schegge spaziali nella
moderna Shinjuku; e poi piccoli bar in mezzo ai boschi sprofondati
tra funghi multicolor RGB dall’estetica alla Alice
nel Paese delle Meraviglie, studentesse alla marinaretta
suicide, fiumi che separano il mondo dei vivi e dei morti
tutti uguali a centinaia, Re Artù nipponici e spade
nella roccia, la perenne presenza del monte Fuji come vedetta
dominatrice dell’eco, fusioni di corpi, una strana divinità
del riso, ricordi che riemergono dal passato e eventi rimossi,
sequenze canore musicali, investigazioni, fughe, visioni allucinanti
e allucinate indotte dalle droghe; e poi morte e separazione,
introspezione e melodramma per due estenuanti ore. Perché
se è vero che per trascinare avanti un film del genere
bisogna spararla sempre più grande, nulla può
fare anche l’invasione del 3D per vivacizzare una narrazione
che è poi ben poca cosa (come spesso accade nei road
movies). Ed arriva infatti dopo un po’ un senso diffuso
di stanchezza che non sempre induce ad una sorta di ipnosi
narcolettica diegetica ma alla sola noia.
Certo, le sequenze memorabili e irresistibili ci sono tutte e non si può rimanere seri di fronte al protagonista che stiracchia per metri il pene dell’amico agonizzante.
Il risultato è un film ben difficile da organizzare, perché se da una parte non è di immediata fruibilità a causa della lunghezza e dei tassi elevati di visionarietà, dall’altra possiede un sottotesto introspettivo nemmeno troppo stupido, ammicca ad un pubblico di massa, ma finisce forzatamente per poter fare breccia solo nei cuori di un’utenza ben preparata all’esperienza.
Dando un’occhiata in giro infatti a parlarne sono praticamente solo i siti gay e quelli dedicati alle droghe.
Mayonaka No Yaji-san Kita-san (il bel titolo originale) è come una carpocapsa, divora il frutto dall’interno minandone le fondamenta, lentamente, mentre il colore e la bellezza estetica dello stesso rimane intoccato. Una volta incisa la buccia e scoperto il marcio dentro è ormai troppo tardi.
Il regista è al suo brillantissimo esordio ma lo ricordiamo già come brillante sceneggiatore di chicche quali Zebraman, Iden & Tity, Go, Ping Pong e firma qui sicuramente la sua favola più personale e satura di stimoli sensoriali.
A cura di CZ:
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