McDull, The Alumni

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McDull, The AlumniOgni appuntamento con la saga dei simpatici maialini animati è ormai un evento impedibile, soprattutto per chi ama il cinema di Hong Kong, non solo per il suo valore immediatamente cinematografico quanto per quello, aggiunto, di evidente riflesso e specchio (deforme) di una società e cultura che lo produce. Ecco quindi che l’osservazione delle gesta dei McDull di riflesso è un’osservazione (e al contempo racconto) di una realtà sociale, è uno sguardo verso una città e i propri abitanti. Nel nuovo millennio ormai il cinema dei McDull è quello paradossalmente più neorealista, è il cinema che meglio racconta e/o mostra uno sviluppo sociale, i suoi costumi e le sue abitudini filtrati attraverso la lente cromatica dell’animazione. Se un tempo c’era Wong Kar-wai e le sue riflessioni malinconiche a dipingere la Hong Kong-perla d’oriente, ora tocca alla magia ingenua e candida dei McDull. Così per questa terza avventura –che poi ufficialmente è più un secondo episodio e mezzo- viene realizzato un prodotto ibrido, costruito a brevi sketch (apparentemente) slegati tra loro, tendenti all’assoluto nonsense e alternati tra la classica animazione (bidimensionale giustapposta a dell’ottimo 3D soprattutto per ricostruire la città) a cui ci hanno abituato i precedenti episodi e intere sequenze live con attori in carne ed ossa ma dalla tendenza espositiva tendente ad un sopra le righe di derivazione fumettistica. Il risultato finale è così curioso e libero da sfiorare i pittoreschi affreschi del Circo Volante dei Monty Python.

Se la parte animata si attesta ai livelli di quello che già abbiamo amato (o odiato, dipende dai punti di vista) dei precedenti spettacoli dei maialini cinesi, è l’inedita partitura dal vivo ad incuriosire di più. Innanzi tutto spicca subito all’occhio che in tutto il film non esistono comparse anonime; il cast annovera decine di attori tutti estremamente famosi in un ritorno di quei prodotti che andavano negli anni ’80 e che cercavano di infilare nel metraggio il maggior numero di attori famosi possibile (come ad esempio The Banquet, The Fortune Code..) spesso unica attrattiva del film stesso. La prima zona del film è votata ai giovanissimi, un impettito e invecchiato Nicholas Tse in una toilette deve confrontarsi con i prepotenti flussi di urina sparati con la potenza di un idrante da dei bambini. Passiamo poi alla sfilata dei giovani, tutti i volti più carini, e amati del cinema dell’ex colonia, cantanti, star, idoletti, attorini (Joycee Chan, Ronald Cheng, Kelly Chen, Wilson Chen, Alex Fong, Josie Ho, Terence Yin…) in una sequenza di occupazione armata di un ufficio, che ritornerà poi anche nel finale. Subito dopo si raggiunge una delle vette del film costruendo un’intera sequenza in un ristorante affollato di volti noti del vicino passato (Francis Ng, Sandra Ng, Cheung Tat Ming..) in cui Sandra Ng prende le ordinazioni dei commensali che parlano emettendo versi gutturali a bocca piena, versi che lei ripropone impassibile e puntuale per confermare l’ordine, sequenza che non può non ricordarne una simile de Il Senso della Vita. Dopo un duetto delirante vegetariano evocante BBQ e VBQ tra Isabella Leong e Christopher Doyle (il direttore della fotografia!) che termina in una sequenza lisergica teatrale a ritmo di bimbi mascherati e Erik Tsang in versione en travesti, il film giunge al climax; Anthony Wong è un marinaio che guida ogni giorno il battello che fa avanti e dietro tra la riva e il ristorante galleggiante Jumbo, percorso di cinque minuti gratuito, spesso effettuato da gente che nemmeno andrà poi a mangiare al ristorante. Durante uno di questi viaggi il battello naufraga e i superstiti si salvano su uno scoglio a pochi metri da Hong Kong ma nessuno li soccorre. Così dopo una settimana di digiuno Wong si sacrifica, Isabella Leong gli taglia un gluteo a colpi di mannaia e lo cuoce allo spiedo. Quando gli affamati stanno per mangiarlo una nave li individua e il pasto salta. Wong demoralizzato infila il suo gluteo in un sacchetto di plastica e barcollante torna ad Hong Kong. Ma la scena continua e si evolve sorprendentemente.

Il cibo è uno dei trait d’union del film che unisce polizia e banditi nel grattacielo occupato, diviene momento di relax in ufficio per Jaycee Chan (il figlio di Jackie) che cuoce degli ovetti sul calore emesso dal suo PC, ed è base per la straordinaria sequenza in cui Ronald Cheng, membro di un’orchestra, nel momento in cui il suo strumento non è attivo, si concede un pasto completo precedentemente comprato in un banchetto per strada. Ma poi l’educazione, le prospettive del lavoro, la scuola, l’evoluzione urbana, la città di nuovo è sezionata e mostrata con un amore candido, e una nostalgia amara. Produce la Applause Pictures di Peter Chan e dirige Samson Chiu già regista e straordinario narratore di una città in Golden Chicken. Un altro passo riuscito quindi, consigliabile però solo ad un pubblico di iniziati o assolutamente preparati sul tema, visto il profondo legame con la città che il film tesse non è consigliabile facilmente, né è fruibile da uno spettatore occidentale di passaggio.

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