Meatball Machine

Voto dell'autore: 4/5
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Meatball MachineEsplosivo, ecco il primo aggettivo che affiora alla mente dopo aver visto questo strabiliante film. In questi ultimi anni dove buona parte del cinema horror giapponese ruota attorno a silenzi, staticità e atmosfere sommesse, un film come Meatball Machine è come un fulmine che squarcia l’oscurità, una pista di cocaina dopo anni di astinenza, qualcosa insomma in grado di risvegliare parti del nostro cervello sopite da tanto tempo. Il nucleo è un cortometraggio del 1999 di Yamamoto Jun’ichi, che grazie all’apporto dello sceneggiatore Kato Jun’ya (Death Trance) e del regista Yamaguchi Yudai (Battlefield Baseball, nonché collaboratore di Kitamura Ryuhei in Versus e Alive) si è trasformato in un’ora e mezza stipata fino all’inverosimile di idee, talmente ricco di trovate che si sarebbero potuti realizzare  almeno una decina di film. Meatball Machine ruota attorno alla storia di Yôji (Takahashi Issei), un timido giovane che vorrebbe rivelare il suo amore a Sachiko (Kawai Aoba), ma che si ritrova sempre più spesso nella sua cameretta a fantasticare – per non dire di più – su di lei, senza avere il coraggio di tentare un approccio. Dopo essere stato pestato a sangue da un travestito incontrato in un cinema porno(!), Yôji trova una strana creatura corazzata che somiglia a uno strizzafaccia di Alien che apparentemente non reagisce a nessuno stimolo – nemmeno ad un trapano dalla punta enorme – ma che non fa presagire nulla di buono. Lo spettatore già nei primi minuti del film ha già visto una creatura del genere all’opera, in grado di aggredire un essere umano, avvolgerlo con  tentacoli impazziti (che non possono non ricordare i film TEENtacolari di produzione tipicamente giapponese) e prendere il controllo del corpo e della mente trasformandolo in Neo-Borg: creatura guidata dal parassita alieno che sembra un incrocio tra un Borg di Star Trek e un orco di Blood Bowl, il cui unico scopo è la distruzione totale, a partire dai propri simili fino al resto del genere umano. Inutile dire che proprio quando Yôji e Sachiko cominciano a fare timidamente conoscenza, e qualcosa pare sbocciare nel cuore di entrambi, il nefasto parassita che fino a quel momento non ha dato segni di vita decide di attaccare la ragazza e trasformarla in Neo-Borg. Yôji, in preda alla disperazione, va quindi in cerca di aiuto ma sfortunatamente giunge a casa del mad doctor di turno e di sua figlia, che ovviamente allevano parassiti nella propria serra: siamo di poco oltre la metà del film che anche Yôji viene aggredito e trasformato anch’esso in Neo-Borg, ma non completamente visto che poco prima della trasformazione definitiva riesce ad estirpare il parassita dal proprio corpo. Così facendo, mantiene a fatica il controllo sul suo corpo e si mette alla ricerca di Sachiko, che invece è completamente in balia della mente aliena.

Le coordinate principali entro cui si muove Meatball Machine sono quelle dei film punk di Ishii Sogo e Tsukamoto Shin’ya, sia per quanto riguarda l’immaginario cyber-fantascientifico che per il tema della mutazione, decisamente simile a quello di Tetsuo. Come nel film di Tsukamoto, anche qui c’è un essere all’interno del corpo che prende il sopravvento e muta progressivamente il corpo umano in una creatura fatta di sangue e materia inorganica, e anche qui l’interno del corpo è un incubo industriale dove ci sono pistoni e trivelle controllate in questo caso da un viscido parassita dalle fattezze vagamente antropomorfe. E le numerose scene ambientate all’interno del corpo controllato dalla diabolica creaturina sono solo una piccola parte delle innumerevoli delizie che Meatball Machine offre allo spettatore: nel momento in cui l’alieno si sistema nel bel mezzo delle carni della vittima, tira fuori una appendice identica a un membro maschile e comincia a penetrare un orifizio non ben precisato, e durante un combattimento contro un altro Neo-Borg questo Gremlin spelacchiato arriva persino a sbellicarsi dalle risate. Roba da rimanere a bocca aperta. L’omaggio alla fantascienza degli anni ‘50/’60 è palese, e Meatball Machine per certi versi non è troppo distante da quel cospicuo gruppo di film che va da L’Invasione degli Ultracorpi di Don Siegel a Dimensione Terrore di Fred Dekker, oltre ad essere debitore di una vagonata di pellicole splatter, horror o commedia che siano: l’odore della Troma è nell’aria, ma si respira anche l’atmosfera del Fulci più trucido (la penetrazione oculare, in una delle scene più esaltanti del film, ricorda quella celeberrima di Zombi 2) senza dimenticare la gloriosa tradizione dell’eccesso di molte pellicole giapponesi del passato. I realizzatori si concedono persino un omaggio al cinema poliziesco, durante lo scontro nel deposito di automobili. In ambito musicale, Meatball Machine non potrebbe che aggirarsi dalle parti dell’hardcore-metal, riff di chitarre distorte che affondano nelle carni accompagnati da una batteria metronomica, stop improvvisi e partenze furiose: a tal proposito si noti come il montaggio contribuisca a dare questa sensazione, come gli stacchi che preludono le scene di combattimento, un secondo di buio e poi l’esplosione. E sotto i fuochi d’artificio c’è anche un cuore pulsante: è la nascente storia d’amore tra Yôji e Sachiko, brutalmente stroncata dall’intervento alieno, che non può non lasciare indifferente anche il più insensibile degli spettatori. Meatball Machine è cinema vivo che saltella in mezzo ad un mare di cadaveri, e dimostra ancora una volta quanto siano importanti le idee piuttosto che il budget. Da non perdere.

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