Mechanical Violator Hakaider

Voto dell'autore: 4/5
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Premessa: Amemiya è un pazzo.
Cresciuto con una missione ben delineata, addirittura autoriale, ovvero quella di trasporre il suo sconfinato universo mentale nei territori del tokusatsu portandolo a maturità e complessità più stratificata, trova la sua affermazione nella creazione della franchise di Garo. Ma prima aveva già realizzato diversi progetti decisamente interessanti come Jetman, Kamen Rider Zo e questo film di Hakaider.
Hakaider, elevato all’unanimità come uno (il?) dei più riusciti villain dell’universo tokusatsu era nato lungo il finale della serie tv della Toei Kikaida (1972) e aveva contribuito massicciamente al successo della stessa. Creatura sfaccettata con la sola missione di abbattere l’eroe buono entrava in crisi di identità quando questo veniva sconfitto da altri androidi e si lasciava andare ad amare riflessioni sull’identità e il senso della vita salvo intraprendere un viaggio autodistruttivo contro il proprio creatore. Seppur personaggio laterale piombato in extremis, la sua fama aveva travolto quella del protagonista e della serie stessa. Amemiya lo preleva e lo inserisce in un contesto totalmente nuovo e fuori serie scambiando le carte in tavola e producendo un’allucinante e allucinata opera sovversiva e sconvolgente.

Un gruppo di predoni penetra all’interno di alcune rovine in cerca di un tesoro. Trovano invece un “umano” e la sua moto, incatenati. Tentato di abbatterlo e questo si attiva mutando in Hakaider. Dopo averli sterminati e le conseguenti domande sulla propria identità, Hakaider parte con irruenza, cavalcando la propria moto, alla volta di una città modello ideale, Jesus Town, dove il governante, Gurjev, cerca di stabilire un clima perfetto di protezione di ogni creatura vivente. A sua volta però ogni forma di rivolta e di trasgressione delle regole viene soffocata da Mikhail, un suo androide, e i colpevoli lobotomizzati per restituire loro l’innocenza dei bambini. Hakaider non è altro che il primo androide creato da questo, sfuggito al controllo e rubato prima dell’abbattimento e che ora è tornato per vendicarsi del proprio creatore. Ad affiancarlo un gruppo di umani rivoltosi della città.

Mentre ad ovest nemmeno un decennio prima i buoni dei film recitavano “tu sei il male, io sono la cura” in questo film i buoni recitano “tu sei la giustizia, io allora sono il male” a sottolineare l’approccio di Amemiya alla materia. Un androide crudelissimo nero e villain della vecchia serie Tv è ora il protagonista che si batte contro dei pulitissimi uomini e robot che ambiscono con la violenza ad un paradiso ideale. Ambienti oscuri e ferruginosi del bene contro i palazzi bianchi e le piume che invadono i luoghi del male. Hakaider è probabilmente il primo (e unico) super eroe black bloc della storia.
Su tutto questo contesto Amemiya ci infila anche una parentesi onirica di Kaoru, una delle rivoltose, che si vede come fata in catene ghermita da demoni scheletrici e che viene salvata da un cavaliere nero che si rivelerà essere nientemeno che lo stesso Hakaider. Questa partitura narrativa sarà ripresa fedelmente e ampliata nella prima serie di Garo (tant’è che il protagonista umano di Hakaider ha non poche somiglianze anche fisiche col Kouga della nota franchise).
Non pochi sono i tocchi surreali primo fra tutti quello Jodorowskyano di far defluire dalle ferite mortali e dai corpi, vortici di piume che non si rivela solo essere una manovra anticensura visto che in altri casi il sangue scorre abbondante e in maniera abbastanza cruenta. Ma il colpo di genio arriva sul finale quando Hakaider dovrà affrontare un robot gigante (animato a passo uno) le cui fattezze sono vistosamente plasmate su quelle di Kikaida (bicolor azzurro e rosso incluso); ci vuole coraggio a sovvertire così gli assunti di base e a mutare uno dei più grandi eroi della storia in un mostro assassino che viene prontamente abbattuto. L’unica pecca è comune a tutto il cinema fantastico giapponese del periodo, ovvero la pachidermia degli scontri e delle sequenze action che anziché ammiccare al dinamico cinema dei vicini di Hong Kong continuava a rimirare quello muscolare statunitense con risultati del tutto discutibili; anche se c’è da dire che lo scontro tra Hakaider e Mikhail giocato a passi lenti e reiterati, colpi secchi e statici, possiede il fascino del grande cinema.

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