Memento Mori

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,50/5: 2 voti]

Memento MoriRivisto oggi, con assoluta freddezza, lontano sia dal boom del nuovo cinema coreano sia dalla new wave dell’horror asiatico si può affermare senza timore di smentita che Memento Mori è uno dei prodotti del cinema coreano contemporaneo più belli e più intensi prodotti. Riflettendo con ancora più distacco e senza pregiudizi si può anche affermare che, almeno a livello estetico, ha ben poco da invidiare sia ai gioielli di Park Chan-wook (Old Boy, JSA) che a quelli di Kim Ki-duk (Samaria, Address Unknown) che allo stupendo Memories of Murder. Non che a livello contenutistico e registico il film sia da meno.

Memento Mori è un delicatissimo melodramma, un racconto tenero e partecipe, che affronta con uno spessore e una narrazione stratificata e complessa la giovinezza, l’intolleranza e l’amore. Tre sono gli elementi fondamentali del film; i soggetti, il fruitore e un filtro. Infatti la storia racconta della tenera amicizia saffica tra due ragazze (i soggetti) sullo sfondo di un liceo femminile. Una terza ragazza (il fruitore) segue, colpita da un’immensa fascinazione, le loro vicende utilizzando come tramite tra i due universi apparentemente distanti a cui appartengono le due ragazza e lei, un diario. E proprio il diario è il filtro, che a sua volta diviene vero protagonista del film, narratore e a sua volta metafora fino a contaminare l’universo filmico in cui la storia si ambienta plasmandolo a sua immagine. Non si tratta di un normale diario, la suggestione è evocata infatti dall’aver basato un film su quei diari segreti, scritti dalle ragazze, che diventano veri e propri esseri viventi, enormi pagine adorne di scritte, disegni, altre componenti cartacee incollate, oggettini, fori che rimandano a contenuti celati nelle pagine successive, ritratti, messaggi, origami. Più complesso di come appare è lo sviluppo narrativo, contorto e non lineare che pone continuamente lo spettatore nel dubbio se la sequenza che sta seguendo sia in realtà svolta nella contemporaneità o si tratti di un flashback. La ragazza “spettatrice” assume inconsapevolmente una pillola quasi ad inizio film, scoprendo poi l’essenza venefica della stessa. Da qui si snoda una sezione del film che mostra una verità. Ma solo quando la ragazza riuscirà ad assumere l’antidoto ci sarà tempo e spazio per una seconda tranche di film e per la narrazione di un’altra verità quasi opposta alla precedente. Un indizio viene sussurrato fin dalle prime bellissime inquadrature, quando le due amanti sprofondano nell’acqua legate alla caviglia da un nastro rosso. Una delle due si libera e colpendo l’altra che “coerente” scompare sul fondo, riemerge all’aria vitale. Molte sono le anime del film e abile è stata la mano dei creatori a riuscire a scendere ad un compromesso artistico assai arduo nel dirigere uno stupendo melodramma cedendo assai poco alla componente horror imposta dalla produzione che desiderava un sequel del film horror scolastico Whispering Corridors (Ki-hyeong Park, 1998). Invece i due ragazzi che si sono visti affidare un grosso budget per la creazione di un horror puro sono riusciti magistralmente a dirigere un bellissimo film oltre i generi, ispirandosi parzialmente ad un (mediocre) corto (Her Story) che Kim Tae-yong aveva precedentemente girato duranti gli studi alla Korean Academy of Film Arts. Il risultato è immenso.
Viene in mente il nuovo cinema cinese dove per arginare la censura governativa bisogna nascondere le tematiche e i generi rendendoli tutti mentali. Questo caso è assai simile, a causa del budget e della produzione si deve celare la vera anima del film in nome di esigenze di mercato.
Il film è un sequel (il secondo di una fortunata serie poi continuata), è un horror esile ma un melodramma intenso e credibile (non sempre facile quando si parla di giovinezza), racconta l’amicizia, l’amore, il pregiudizio, l’omosessualità e i costumi coreani assai poco permissivi nei confronti di quest’ultimo aspetto. Si dice che durante la sequenza del bacio tra le due ragazze le altre comparse non sapessero cosa sarebbe stato messo in scena e la loro reazione disgustata fosse spontanea e reale.

Hyo-shin e Shi-eun sono due ragazze assai diverse (una più spigliata e colta, brava nelle lezioni, l’altra ottima nelle discipline atletiche e più timida) di un liceo femminile legate da un saldissimo vincolo. Decidono di unirsi ancora di più nella stesura di un diario che possa narrare i loro sentimenti, esperienze, umori, passioni. Si fanno promesse d’amore e di morte; “se una di noi due muore l’altra dovrà seguirla in un giorno di pioggia”. Min-ah invece, ragazza sbarazzina e curiosa trova casualmente il diario abbandonato e attratta dal suo contenuto decide di scoprire tutto quello che esiste del rapporto delle due oltre il contenuto del diario (tutto il prima e il dopo), forse attratta da un rapporto che vede impossibile soprattutto tra le sue amiche, rozze, infantili e razziste, quasi una massa informe di esseri tutti uguali. Improvvisamente Hyo-shin si getta dal tetto della scuola e muore. Il tetto era uno dei luoghi segreti delle due ragazze, uno di quegli antri speciali che appartenevano solo al loro mondo personale, proprio come uno dei bagni della scuola o un’intercapedine del pianoforte dell’aula di musica che nascondeva i loro segreti come in un piccolo e fatato reliquiario. Hyo-shin era incinta di un docente? E Shi-eun era gelosa così tanto da spingerla dal tetto? Era vero che le due ragazze volevano lasciarsi? Che Shi-eun non sopportava più la vergogna di sostenere il rapporto pubblicamente e di essere continua fonte di scherno delle altre ragazze? Il film utilizza l’estetica dell’horror per risolvere e spiegare tutto l’arcano, tra apparizioni del tutto metaforiche e le ragazze della scuola in preda al panico che prima sembrano dei pesci in un’acquario, dietro le porte a vetro sbarrate, poi tutte in fuga sembrano fondersi l’una con l’altra in un’unica massa monoforme incapace di accettare e confrontarsi col “diverso”. E alla fine non è nemmeno così invasivo l’horror palesato, del tutto filtrato dagli occhi appannati di Min-ah, caduta a terra durante la fuga delle ragazze in preda al panico. Mentre fuori piove le porte si aprono, le ragazze fuggono libere e Shi-eun si incammina verso il proprio destino, per mantenere la sua promessa d’amore. L’ultima inquadratura mozza il fiato e commuove.

Bravissime tutte le attrici fondamentali per rendere “vera” la storia. Grazie anche a loro la componente omosessuale è sviluppata con una tenerezza e partecipazione esemplare tale da rendere credibile e reale la narrazione priva una volta tanto di quel “pride” fastidioso che penalizza molto cinema gay.
Una colonna sonora struggente avvolge il film e lo eleva su un piano emotivo senza compromessi.
Un film assolutamente da vedere.

CONDIVIDI: