
Titolo originale : Yeo-go-goi-dam Doo-beon-jjae I-ya-gi
Interpreti : Lee Yeong-jin, Park Ye-jin, Kim Min-seon, Kong Hyo-jin, Baek Jong-hak
Sceneggiatura : In Jeong-ok,Kim Tae-yong, Min Gyoo-dong
Prodotto : Lee Choon-yeon, Oh Ki-min
Musiche : Jo Seong-woo
Montaggio : Kim Sang-beom, Kim Jae-beom
Data di uscita : 24/12/1999
98'
Rivisto oggi, con assoluta freddezza, lontano
sia dal boom del nuovo cinema coreano sia dalla new wave dell’
horror asiatico si può affermare senza timore di smentita
che Memento Mori è uno dei prodotti del cinema
coreano contemporaneo più belli e più intensi
prodotti. Riflettendo con ancora più distacco e senza
pregiudizi si può anche affermare che, almeno a livello
estetico, ha ben poco da invidiare sia ai gioielli di Park
Chan-wook (Old Boy, JSA) che a quelli di Kim Ki-duk
(Samaria, Address Unknown) che allo stupendo
Memories of Murder. Non che a livello contenutistico
e registico il film sia da meno.
Memento Mori è un delicatissimo
melodramma, un racconto tenero e partecipe, che affronta con
uno spessore e una narrazione stratificata e complessa la
giovinezza, l’intolleranza e l’amore. Tre sono
gli elementi fondamentali del film; i soggetti, il fruitore
e un filtro. Infatti la storia racconta della tenera amicizia
saffica tra due ragazze (i soggetti) sullo sfondo di un liceo
femminile. Una terza ragazza (il fruitore) segue, colpita
da un’ immensa fascinazione, le loro vicende utilizzando
come tramite tra i due universi apparentemente distanti a
cui appartengono le due ragazza e lei, un diario. E proprio
il diario è il filtro, che a sua volta diviene vero
protagonista del film, narratore e a sua volta metafora fino
a contaminare l’universo filmico in cui la storia si
ambienta plasmandolo a sua immagine. Non si tratta di un normale
diario, la suggestione è evocata infatti dall’aver
basato un film su quei diari segreti, scritti dalle ragazze,
che diventano veri e propri esseri viventi, enormi pagine
adorne di scritte, disegni, altre componenti cartacee incollate,
oggettini, fori che rimandano a contenuti celati nelle pagine
successive, ritratti, messaggi, origami. Più complesso
di come appare è lo sviluppo narrativo, contorto e
non lineare che pone continuamente lo spettatore nel dubbio
se la sequenza che sta seguendo sia in realtà svolta
nella contemporaneità o si tratti di un flashback.
La ragazza “spettatrice” assume inconsapevolmente
una pillola quasi ad inizio film, scoprendo poi l’essenza
venefica della stessa. Da qui si snoda una sezione del film
che mostra una verità. Ma solo quando la ragazza riuscirà
ad assumere l’antidoto ci sarà tempo e spazio
per una seconda trance di film e per la narrazione di un'altra
verità quasi opposta alla precedente. Un indizio viene
sussurrato fin dalle prime bellissime inquadrature, quando
le due amanti sprofondano nell’acqua legate alla caviglia
da un nastro rosso. Una delle due si libera e colpendo l’altra
che “coerente” scompare sul fondo, riemerge all’aria
vitale. Molte sono le anime del film e abile è stata
la mano dei creatori a riuscire a scendere ad un compromesso
artistico assai arduo nel dirigere uno stupendo melodramma
cedendo assai poco alla componente horror imposta dalla produzione
che desiderava un sequel del film horror scolastico Whispering
Corridors (Ki-hyeong Park, 1998). Invece i due ragazzi
che si sono visti affidare un grosso budget per la creazione
di un horror puro sono riusciti magistralmente a dirigere
un bellissimo film oltre i generi, ispirandosi parzialmente
ad un (mediocre) corto (Her Story) che Kim Tae-yong
aveva precedentemente girato duranti gli studi alla Korean
Academy of Film Arts. Il risultato è immenso.
Viene in mente il nuovo cinema cinese dove per arginare la
censura governativa bisogna nascondere le tematiche e i generi
rendendoli tutti mentali. Questo caso è assai simile,
a causa del budget e della produzione si deve celare la vera
anima del film in nome di esigenze di mercato.
Il film è un sequel (il secondo di una fortunata serie
poi continuata), è un horror esile ma un melodramma
intenso e credibile (non sempre facile quando si parla di
giovinezza), racconta l’amicizia, l’amore, il
pregiudizio, l’omosessualità, e i costumi coreani
assai poco permissivi nei confronti di quest’ultimo
aspetto. Si dice che durante la sequenza del bacio tra le
due ragazze le altre comparse non sapessero cosa sarebbe stato
messo in scena e la loro reazione disgustata fosse spontanea
e reale.
Hyo-shin e Shi-eun sono due ragazze assai
diverse (una più spigliata e colta, brava nelle lezioni,
l’altra ottima nelle discipline atletiche e più
timida) di un liceo femminile legate da un saldissimo vincolo.
Decidono di unirsi ancora di più nella stesura di un
diario che possa narrare i loro sentimenti, esperienze, umori,
passioni. Si fanno promesse d’amore e di morte; “se
una di noi due muore l’altra dovrà seguirla in
un giorno di pioggia”. Min-ah invece, ragazza sbarazzina
e curiosa trova casualmente il diario abbandonato e attratta
dal suo contenuto decide di scoprire tutto quello che esiste
del rapporto delle due oltre il contenuto del diario (tutto
il prima e il dopo), forse attratta da un rapporto che vede
impossibile soprattutto tra le sue amiche, rozze, infantili
e razziste, quasi una massa informe di esseri tutti uguali.
Improvvisamente Hyo-shin si getta dal tetto della scuola e
muore. Il tetto era uno dei luoghi segreti delle due ragazze,
uno di quegli antri speciali che appartenevano solo al loro
mondo personale, proprio come uno dei bagni della scuola o
un’intercapedine del pianoforte dell’aula di musica
che nascondeva i loro segreti come in un piccolo e fatato
reliquiario. Hyo-shin era incinta di un docente? E Shi-eun
era gelosa così tanto da spingerla dal tetto? Era vero
che le due ragazze volevano lasciarsi? Che Shi-eun non sopportava
più la vergogna di sostenere il rapporto pubblicamente
e di essere continua fonte di scherno delle altre ragazze?
Il film utilizza l’estetica dell’horror per risolvere
e spiegare tutto l’arcano, tra apparizioni del tutto
metaforiche e le ragazze della scuola in preda al panico che
prima sembrano dei pesci in un’acquario, dietro le porte
a vetro sbarrate, poi tutte in fuga sembrano fondersi l’una
con l’altra in un’unica massa monoforme incapace
di accettare e confrontarsi col “diverso”. E alla
fine non è nemmeno così invasivo l’horror
palesato, del tutto filtrato dagli occhi appannati di Min-ah,
caduta a terra durante la fuga delle ragazze in preda al panico.
Mentre fuori piove le porte si aprono, le ragazze fuggono
libere e Shi-eun si incammina verso il proprio destino, per
mantenere la sua promessa d’amore. L’ultima inquadratura
mozza il fiato e commuove.
Bravissime tutte le attrici fondamentali
per rendere “vera” la storia. Grazie anche a loro
la componente omosessuale è sviluppata con una tenerezza
e partecipazione esemplare tale da rendere credibile e reale
la narrazione priva una volta tanto di quel “pride”
fastidioso che penalizza molto cinema gay.
Una colonna sonora struggente avvolge il film e lo eleva su
un piano emotivo senza compromessi.
Un film assolutamente da vedere.
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