Men Behind the Sun

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Verso la fine della seconda guerra mondiale nel nord est della Cina i giapponesi, per non sfigurare di fronte ai “colleghi” tedeschi, aprirono una sorta di corrispettivo dei campi di concentramento. Specie nella zona di Harbin (dove ora si tiene l’annuale Festival delle sculture di ghiaccio) fu fondato il nefasto Campo in cui agiva l’unità 731 (da cui il titolo originale e vari “aka”), specializzata nella sperimentazioni di armi chimiche e batteriologiche viste come l’unica e ultima speranza del Giappone per far fronte alla potenza bellica del nemico. Nel campo furono portati centinaia di civili innocenti, in maggior parte Cinesi e Russi che furono ridotti a cavie, o meglio, Maruta (termine specifico utilizzato) per gli esperimenti. Quando ormai la disfatta era imminente e gli USA avevano già sganciato una bomba atomica sulla popolazione civile si decise di cancellare ogni traccia dell’esperimento (sia per evitare macchie sull’onore del popolo del Sol Levante, sia per non lasciare i risultati di tanto lavoro in mano nemica), bruciando documenti, sterminando i prigionieri rimasti e radendo al suolo il campo, per poi tornare in patria. Gli Americani per non essere da meno in quanto a spietatezza garantirono l’immunità di scienziati e comandanti criminali in cambio dei dati -in esclusiva (che significava che non dovevano cadere in mano di altri, specie dei Russi)- degli esperimenti e quelle armi furono subito riciclate e testate nella successiva guerra di Corea. E questa pagina di storia fu rimossa dalle coscienze collettive, a differenza del massacro di Nanchino che restò ben più vivido nelle memorie dei popoli.

Ci pensò T. F. Mou Tun-Fei a rinfrescare i ricordi e a sconvolgere le coscienze di almeno tre popoli (cinesi, hongkonghesi e giapponesi) con questo Men Behind the Sun, un’opera bellica assolutamente unica e particolare che ottenne una notevole eco anche in occidente. E il perché del “successo” in occidente è presto detto ed è quello che lo accomuna a un titolo come Guinea Pig. L’esotismo, l’ultraviolenza e le leggende metropolitane più o meno smentite che iniziarono a girarci intorno.
Nell’impossibilità di produrre un documentario visto che non esistevano fonti (tutto è stato distrutto e nascosto da giapponesi e americani) il regista dirige un “classico” film bellico a tratti finanche lirico, con sezioni di azione, altre di sviluppo morale e altre (quelle più discusse) più exploitative. Il regista pone come punto di vista quello di un gruppo di giovanissimi arruolati ponendo una parziale innocenza nei loro occhi; ligi al dovere e agli ordini, più volte cercano di salvare dei coetanei cinesi e sono gli unici a volte a infrangere gli ordini ricevuti. Sul finale di nuovo la morte di un ragazzino cinese sgozzato a colpi di bandiera giapponese corrisponde alla nascita di un nuovo infante. Fin qui quindi tutte le marche riconoscibili del più duro cinema bellico, sempre in bilico tra retorica, propaganda e aderenza ai fatti. Il problema come già detto è che dopo una prima mezz’ora tutto sommato “sobria” il film sprofonda la narrazione negli esperimenti tenuti nel campo dai quali non si salva nessuno, né donne, né anziani, né bambini. E quindi via di neonati affogati nella neve, uomini crocifissi e fatti deflagrare, prigionieri a cui vengono congelati gli arti per poi essere distrutti a randellate, madri e figlie uccise con gas letali, mentre un anziano giapponese ubriaco addetto al forno crematorio passa le giornate e spezzettare corpi e a bruciarli. E si arriva alle scene più incriminate. Leggenda vuole che nel film siano stati utilizzati veri cadaveri e violenze sugli animali. E il regista conferma. La sequenza di un’autopsia estremamente grafica sul corpo di un ragazzino è stata realizzata con una vera salma (con il permesso dei famigliari), di un altro corpo non abbiamo dichiarazioni certe, mentre del gatto gettato vivo in pasto a migliaia di topi giunge la smentita del regista che parla di dieci gatti usati in scena e non uccisi. Sorte invece toccata alle migliaia di topi, incendiati realmente (ma era il destino degli animali imposto dal governatore della zona che non avrebbe permesso la loro liberazione, pena la distruzione dei raccolti).
Che si accettino o meno le modalità produttive del film (che vanno comunque adeguatamente contestualizzate nel luogo e tempo) o la sua essenza interna, Men Behind the Sun è un titolo che ha riaperto ferite mai chiuse, cucite alla buona e rimosse a forza dalle coscienze. L’orrore è in questo caso più negli occhi di chi guarda, specie in occidente. Il film è comunque diventato come uno dei tasselli laterali di un nuovo modo di vedere l’estremo in Cina e avvicinato con potenza ai lidi del CAT III. Di seguito il regista bisserà, avvicinandosi alla storia del già citato Massacro di Nanchino con il film Black Sun: The Nanking Massacre, mentre tutti i sequel e remake a lui ricondotti, in realtà sono costruiti da altri nomi dell’industria cinematografica locale.

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