Merantau Warrior

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merantauMentre in un decennio le new wave sudcoreana e thailandese sembrano essersi estinte (in data 2009) lasciando sul campo solo i maestri e vedendo dissolversi quasi in toto i prodotti più deliziosamente di genere ecco che –fortunatamente- nuove dinamiche cinefile sembrano sorgere in altri paesi dell’Asia, in questo caso in Indonesia. Da anni osserviamo una vistosa e rapida mutazione e progresso, sia stilistico che tecnologico che per certi versi sembra seguire il percorso più rozzo e d’impatto del cinema della Thailandia del decennio scorso.
In Merantau infatti si respira spesso una benefica aria di cinema ancora vergine e tutto da codificare in quello che parte come IL film sul Silat, la letale arte marziale locale ma che fortunatamente riesce a muoversi di vita propria. Difatti sembra di trovarsi di fronte ad un progetto cinefilo creato dai delusi dei vari Ong Bak dove di fronte ad una simile pochezza narrativa si cerca di ovviare con ritmi e orpelli che possano donare una maggiore patina di cinema rispetto alla visione circense dei corrispettivi thai.

Il Merantau è una sorta di percorso spirituale di antichissima storia, rito di passaggio per i giovani che lasciano il bucolico villaggio per trovare la maturità nella giungla urbana. E’ questo percorso che Yuda, il protagonista, intraprende nel tentativo di andare a insegnare silat in una palestra di Jakarta. In città, nel tentativo di difendere una prostituta e il suo giovane fratello si troverà invischiato in una lotta contro dei trafficanti di donne.

La regia è attenta e a firma di un regista del Galles che si sofferma spesso in alcuni lievi virtuosissimi estranei alle sequenze d’azione e in alcuni attimi di intensità melodrammatica solitamente estranei nei film del genere. Ralenti utilizzati in maniera propria, musiche talvolta poggiate con gusto e sequenze d’azione secche e ruvide, prive di replay, accelerazioni o artifizi modaioli di rapido invecchiamento. Le coreografie sono brusche ma al contempo sinuose e leggere (magistrale il lavoro dell’operatore alla macchina), grezze e brutali ma funzionali, a tratti d’antan con alcuni picchi molto ispirati (quella a due nell’ascensore).
Sul tutto dei buoni sviluppi inaspettati, dall’etica dell’eroe messa a dura prova e affatto banale (viene ripetutamente picchiato, fino al finale controcorrente) fino all’ultraviolenza che emerge di tanto in tanto. Ancora, cinema indonesiano finalmente pieno e competitivo, con tutti i limiti di un film di arti marziali medio ma sicuramente emanante un certo entusiasmo e vitalità cinefila ad oggi sempre più rara.
Buona prova d’attori specie nel versante dei villain. Il regista dirigerà successivamente il buono The Raid.

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