Mercenaries from Hong Kong

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Mercenaries from Hong KongTerza regia per Wong Jing (ancora in seno alla Shaw Brothers) e episodio di assestamento nella strada verso la propria, personalissima, idea di cinema. Ma non solo, in tanta euforia registica c’è qualcosa in più.

Ti Lung interpreta Luo Li, un combattente che fa irruzione in un appartamento e abbatte un criminale di bassa lega colpevole di avergli ucciso la sorella. Questo attacco scatenerà addosso all’uomo l’intera criminalità hongkonghese. E’ per questo motivo che accetta di compiere una missione per conto di una fascinosa femme fatale, He Ying; dovrà andare in Thailandia e catturare un abile guerriero reo di avere ucciso il padre della donna, un grosso magnate della finanza locale. In cambio He Ying è disposta –grazie alla propria potenza economica e sociale- a placare l’ira delle famiglie malavitose nei confronti dell’uomo, oltre a sborsare un’ingente somma di denaro. Così Luo Li andrà a cercare i suoi cinque vecchi compagni, tutti abili combattenti, ognuno specializzato in una precisa forma di combattimento o attitudine strategica, per formare un’invincibile squadra di mercenari capaci di portare a compimento la missione. Ma non tutto andrà come previsto trasformando il film in un prevedibile bagno di sangue annegato in un senso dell’onore sempre più precario.

Non si risparmia Wong Jing e ha già le idee abbastanza chiare; la sua formula narrativa è come spesso accade traballante e precaria e avanza per giustapposizione di idee e eventi. Non è mai stato un eccellente scrittore, probabilmente un discreto narratore, sicuramente un geniale intrattenitore, creativo e manager. In questo film c’è già tutto il suo pensiero: melodramma d’accatto, sangue a fiumi, esagerate sequenze balistiche, ultraviolenza, comicità becera, violenze sui bambini (davvero perenni nel suo cinema), grosso spazio per l’azione, un paio di seni torniti, gadget fantasiosi (corpetti e bracciali spara dardi), un lungo demo degli stunts locali, alcuni improbabili inseguimenti automobilistici, una bellezza folgorante, torture varie (anche con un trapano) e la durata precisa del film di 90’.
Si carica sulle spalle nientemeno che ben tre ottimi coreografi, Tong Gaai (One-Armed Swordsman), Wong Pau Gei (The Magic Blade), Yuen Bun (The Three Swordsmen) e lo stato dell’arte degli attori del periodo: innanzi tutto Ti Lung (A Better Tomorrow) nei panni del protagonista e i suoi cinque compagni Michael Chan Wai Man (My Heart is that Eternal Rose), straordinario cattivo di decine di film, qui il più violento del gruppo, Nat Chan Pak Cheung nei panni di un playboy esperto in esplosivi che continuerà a lavorare con il regista fino al recente Love Is a Many Stupid Thing, lo straordinario Lo Lieh (Killer Clans) qui nel ruolo di un cecchino con figlia malata a carico, Wong Yu (Dirty Ho) esperto di serrature e Wang Lung Wei uno dei più famosi villain del cinema di Hong Kong. Se la ciliegina sulla torta è una comparsata lampo di un tenebroso Yuen Wah (Kung Fu Hustle), il corpo più esplosivo è quello sensuale e lascivo di Candice Yu On On che interpreta He Ying. L’attrice che in questo film millanta un’aura sensuale e fatale, dopo un decennio di silenzio è tornata recentemente sugli schermi in alcuni film diretti proprio da Wong Jing e –bravissima- in 2 Young di Derek Yee nel ruolo della madre di Fiona Sit.

Pur nella sua grezzaggine, Wong Jing è però stato un regista spesso fine nell’esecuzione, pulito e pop. Qui sta ancora raffinando la sua strategia costruttivista e alcuni raccordi non sono propriamente lindi. Bisogna però anche ammettere l’estremo pionierismo del film e qui si arriva in una zona dolente. E’ difficile infatti guardare il film senza accorgersi di quanto materiale viene proposto che sicuramente è servito a John Woo per realizzare poi le sue opere più famose, soprattutto A Better Tomorrow e Bullet in the Head. A partire dalla storia dei compagni che si uniscono per una missione in zona di guerra, il traditore allettato dal denaro, la persona che nel frattempo si è costruita una posizione di prestigio in città, le musiche che riecheggiano (ovviamente anticipandole) non poco quelle di A Better Tomorrow, i fermo immagine enfatici, le coreografie balistiche, e il lungo scontro finale che –fatti i debiti paragoni- ricorda proprio quello di Bullet in the Head. Il film in sé visto oggi risulta parzialmente invecchiato e pregno di visioni contagiose della casa di produzione che l’ha prodotto (c’è poco da fare, i film prodotti dagli Shaw Brothers o dalla Cinema City si riconoscono al volo), ma contestualizzato nel periodo di creazione, aumenta esponenzialmente il suo valore, oltre ad essere un riflesso straordinariamente coerente della carriera di quel quel creatore di universi deflagrati che porta il nome di Wong Jing.

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