Mermaid Legend

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Mermaid LegendMermaid Legend è uno di quei lavori riportati alla luce solo di recente in Giappone1, forse perché si tratta dell’oggetto più curioso della carriera di Ikeda Toshiharu. Il regista, tragicamente scomparso nel 2010, era noto per l’essere decisamente modesto nel giudicare il suo operato. Probabilmente dava quella giusta prospettiva alla venerazione che si era guadagnato, soprattutto all’estero, per merito di Roman Porno strabordanti come Sex Hunter o Angel Guts: Red Porno, ma in special modo per il violento, visionario e seminale horror noto come Evil Dead Trap. Tale atteggiamento dà forse la misura di quanto avessero presente i registi di genere nipponici la distanza tra i loro prodotti e quelli dei mostri sacri a loro contemporanei. Nelle interviste venute durante la grande riscoperta del cinema nipponico, quando misteriose VHS e Laser Disc portavano agli occhi occidentali che non sapevano leggere quei caratteri lorderie varie, poche erano le domande che potessero riguardare la carriera di Ikeda al di fuori di certi generi.

Eppure poco prima della sua riscoperta, la materia dei grandi era andato a sfiorarla più di una volta e Mermaid Legend rappresenta in questo senso la grande occasione mancata, poiché coprodotto e distribuito da ATG, proprio l’entità che avevano dato la possibilità di esprimersi ai più grandi autori della generazione precedente. Un ATG che da lì a poco avrebbe smesso prima di produrre e poi di distribuire film e forse provava a rigenerarsi innestando nelle sue vene le idee che venivano dalla mai doma Nikkatsu. Dietro le quinte questa operazione era condotta dalla Director’s Company, una compagnia di produzione creata da Miyasaka Susumu per provare a rigenerare il sistema produttivo giapponese. Per merito di questa compagnia tanti giovani registi provenienti dal Roman Porno poterono provare ad avere una carriera più consona nei quartieri alti del cinema locale. Allo stesso tempo lo scambio poteva avvenire in senso inverso, con grandi registi come Somai Shinji a sozzarsi le mani con pink eiga come Love Hotel inseriti nella filiera Nikkatsu. Solo che se di quest’ultimo film si può parlare come uno dei migliori Roman Porno mai realizzati, al contrario Mermaid Legend è inferiore allo standard mantenuto dall’ATG2.

La sceneggiatura prende le mosse dall’omonimo manga di Miyaya Kazuhiko (宮谷一彦). Shirato Mari (Miwa) è un Ama, una delle leggendarie pescatrici subacquee in apnea, che Fosco Maraini ritrasse nelle sue celebri foto degli anni ’50. Imprenditori e Yakuza minacciano l’attività dei pescatori comprando terreni per la costruzione di una centrale nucleare con mezzi più o meno legittimi. Per questo viene ucciso il marito di Miwa, reo di aver assistito all’omicidio di un collega. Ingiustamente accusata della morte del consorte, la donna viene aiutata a nascondersi dall’amico del marito che allo stesso tempo è anche il figlio del criminale responsabile della sua morte. Le premesse non sono molto dissimili dal classico drammone nipponico con la malavita sullo sfondo e Ikeda sa bene dove vanno a parare certe opere in certi frangenti con prolungate scene di sesso memori dei suoi erotici, con tanto di sfocature ottiche sulle fuggevoli pudende, ma che, ben prive del contesto originario e inserite in un film di quasi due ore, lungo, lunghissimo se paragonato ai pink eiga, diventano superflue. Diversi buoni momenti sono disseminati nella pellicola, ma talvolta sembra più l’aura stessa del luogo e i bei volti degli attori ad inferirvi del valore. Frammenti di bellezza, piuttosto che un corpo unico.

L’ostentazione della violenza prevarica il confine diventando estenuazione nel lunghissimo finale in cui la vendetta di Miwa si abbatte sui criminali. La sirena fa il bagno nel sangue dei suoi nemici e così imbrattata continua la sua interminabile strage. La già fragile sospensione dell’incredulità viene totalmente annientata dalla volontà di Ikeda di prolungare il più possibile questo unico punto di forza del suo film. Piace pensare che fosse conscio delle debolezze, che nonostante il buon apparato di produzione, nonostante i mezzi messi a sua disposizione per le riprese subacquee e la colonna sonora del sassofonista Honda Toshiyuki, fosse sicuro di poter fare di meglio vibrando colpi ancora più forti. Si tratta solo di speculazioni però, come lo sarebbero quelle sulla morte di Ikeda per annegamento che aggiunse anni dopo un carico di mistero alla pellicola. Il suo corpo fu identificato solo dopo molti giorni dal ritrovamento nella città di Shima nella prefettura di Mie. Il sospetto suicidio incombe come un’ombra sinistra. Fu proprio in quella baia che questo film fu girato.

Note:

[1] A onor del vero il film ha vinto due premi allo Yokohama Film Festival del 1985, ma è stato ristampato solo di recente in Bluray da King Records.
[2] Di quei tempi c’era spesso Ishii Takashi a muoversi dietro le quinte. Amico e sodale di Ikeda, ancora immaturo per la regia, metteva le mani in diversi reparti. Qualche anno prima aveva disegnato lo splendido poster di The Lonely Hearts Club Band In September (九月の冗談クラブバンド) di Nagasaki Shunichi sempre per ATG, poi avrebbe scritto il citato Love Hotel per Somai, poi il secondo e terzo film che Ikeda diresse per la Director’s Company, rispettivamente Scent of a Spell e Evil Dead Trap.

Immagini del manga:

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