Mikadroid: Robokill Beneath Disco Club Layla

Voto dell'autore: 3/5
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mikadroidLa Toho stava preparando un film con gli zombie quando la polizia catturò un ragazzino accusato di omicidio che confessò di essere fan del cinema horror. La realizzazione di prodotti di questo genere fu così stoppata per un breve periodo e il film si trasformò in extremis in un prodotto di fantascienza cupa e violenta.

Siamo alla fine della seconda guerra mondiale e i soldati giapponesi fanno irruzione in un laboratorio segreto per far sparire le prove degli esperimenti che lì si svolgevano; un mad doctor aveva preso tre campioni olimpionici per trasformarli in armi umane, metà uomo, metà macchina. Prima di essere ucciso il dottore riesce a liberare i due uomini ancora dotati di parvenza “umana” (ma scopriamo poi che non riescono ad invecchiare e ad uno di loro spuntano delle zampe da ragno) mentre il Jinra ossia un cyborg ormai completo e dotato di un ampio arsenale rimane seppellito nel bunker in seguito all’esplosione dell’edificio. Nella Tokyo di fine secolo i due superuomini attendono il risveglio del Jinra che non tarderà a verificarsi. Infatti sopra al bunker è stata costruita una discoteca, il Layla, e il corto circuito di un suo generatore riporta in vita il colosso che in un attimo fa strage di giovani nel parcheggio sotterraneo del locale. Testimoni silenti e passivi del risveglio del cyborg sono un elettricista e un’affascinante ragazza.

Ma quanti talenti sono stati coinvolti in questo progetto che alla fine non si allontana da una versione più truce, “arty&free” di Terminator? Già solo i loro nomi varrebbero la visione del film. Il regista Tomoo Haraguchi pochi anni dopo realizzerà Sakuya: Slayer of Demons e i due Kibakichi oltre ad essere un quotato effettista (Uzumaki, Gamera: Guardian of the Universe…). Le musiche sono di Kenji Kawai futuro compositore (tra le altre cose) per il Tsui Hark di Seven Swords, mentre gli effetti speciali sono di Shinji Higuchi, futuro regista del colossal Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean. Infine fa una comparsa come attore nientemeno che il futuro regista dei capolavori del new J-horror, ossia Kurosawa Kiyoshi. Detta così sembrerebbe davvero roba buona invece alla fine il film non è nulla di estremamente memorabile. Purtroppo il regista ha sempre posseduto una regia priva di ritmo ma assolutamente capace in suggestione e evocazione del meraviglioso e anche stavolta non è da meno. Inoltre alcune scelte stilistiche estremamente libere differenziano il film da un classico blockbuster (cosa che non è, visto che ci sono pochissimi attori e si svolge in tre location in tutto).
La sequenza più libera e simbolo stesso del film è quella in cui il cyborg colpisce (prima in silhouette poi in dettaglio) una ragazza a colpi di katana ferendola mortalmente ma al contempo spogliandola delle vesti che volano via sotto i colpi dell’arma. Le percosse fanno ruotare il corpo della vittima che si trasforma in una specie di macabro balletto con il corpo nudo e coperto di sangue che ruota sé stesso per poi andare a poggiarsi su un muro lasciando una “impronta di sangue” a forma del suo corpo che va a completare una composizione pittorica in stile Keith Haring.
Il film alla fine è un lavoro fatto di passione e di forze di numerosi talenti, è un piccolo oggettino suggestivo e un po’ storpio, pregiato di alti momenti di inventiva cinematografica e di sfilacciati tempi morti, sicuramente solo per appassionati nostalgici di un cinema basato su una concezione dell’effetto speciale più classica e “materiale”.

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