Milocrorze – A Love Story

Voto dell'autore: 4/5
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MilocrorzeIn effetti cominciava a sentirsi la mancanza di un film giapponese totalmente libero e deragliato da ogni binario e rigido schematismo (la mente corre a titoli del calibro di Funky Forest: The First Contact, Yaji & Kita: Midnight Pilgrims, Survive Style 5+…). E questo Milocrorze: A Love Story seppur costruito con un budget vistosamente inferiore e un tasso di surrealismo leggermente meno deflagrato si avvicina più volte a quei deliziosi livelli. Per far questo è stato chiamato Ishibashi Yoshimasa creativo sperimentale e leader del collettivo di artisti Kyupi Kyupi, noto per le proprie attività espositive internazionali, dal Palais de Tokyo alla Tate Modern. Ma Ishibashi è noto ai più per essere il creatore dei The Fuccon Family, ulteriormente noti ai più come Oh! Mikey, prima creazione virale poi distribuita in mezzo mondo. La fortunata serie metteva in scena una sorta di sit com interpretata da una famiglia di manichini e debuttava in quello straordinario calderone di genialità che era il Vermilion Pleasure Night. Dopo sei serie in 10 anni troviamo finalmente il regista alle prese con un lungometraggio che riparte proprio dall’esperienza del Vermilion Pleasure Night. Simile la commistione di generi, l’utilizzo dei personaggi femminili, della fotografia, dei costumi, degli inserti musicali o propri di altri media.

Ovreneli Vreneligare è un bambino che vive con un inquietante gatto in una casa che sembra uscita dai Teletubbies, compie quotidianamente attività monotone e si innamora di una donna, la Milocrorze del titolo. I due coronano l’idillio, convivono, ma poi la storia finisce. Fine. Da qui parte una seconda sezione delirante di commedia irresistibile che successivamente deflagra in un sanguinario chanbara per poi riunirsi alla testa della narrazione.

Tutto totalmente pop e cromaticamente accecante. E anche se manca l’eccesso ricco digitale di un Nakashima (per citare un autore) vi è un pesante intervento di artifizi e infiorettamenti posticci. Cercare un senso al tutto è tanto arduo quanto inutile, tra attori che interpretano tre ruoli e folgoranti cameo di maestri del calibro di Suzuki Seijun. Su tutto regna un’interpretazione magistrale di Yamada Takayuki (13 Assassini) che si abbandona ai tre ruoli sia con un’aderenza al personaggio straordinaria che aiutato da alcuni artifizi di make-up in stile manga di resa irresistibile. E se durante la visione si possono avere legittimi dubbi sul senso del tutto e sulle reali abilità del regista, sono delle impreviste sequenze magistrali a confermare il talento e il solido mestiere di Ishibashi che raggiunge il climax nella impressionante sequenza di spada finale, al ralenti e in piano sequenza, che lascia assolutamente ipnotizzati.
Certo, ancora non è in possesso del rigore folgorante di un Matsumoto Hitoshi (Scabbard Samurai) per citare solo l’ultimo genio prodotto dal cinema giapponese, ma il talento e la visione personale di cinema sicuramente c’è e può produrre qualcosa di impensabile.
Uno dei migliori titoli del 2012 (anche se il film viene chiuso nel 2011 ma si concede un anno di trionfo ai Festival internazionali prima dell’uscita).

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