Miss Zombie

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Miss ZombieQualcosa di nuovo da aggiungere sull’iconografia dei morti viventi probabilmente non esiste. Il tedio adombra pesantemente tutta la recente produzione del sottogenere in qualsiasi luogo e attraverso qualsiasi sensibilità essa sia stata sviluppata nell’ultimo decennio. Qualsiasi minima variante è già stata pensata e Miss Zombie sotto questo aspetto aggiunge davvero poco. Zombie melanconici, zombie intimisti, zombie sfruttati, zombie vilipesi, zombie metafora di qualcosa più grosso di loro; sono stati praticamente declinati in tutte le maniere possibili e soprattutto ad occidente. Sarebbe forse da chiedersi cosa possa convincere un regista giapponese a percorrere lo scivoloso sentiero di un genere a cui sono poco avvezzi, ma il punto è che Miss Zombie parla davvero poco di morti viventi, piuttosto usa il corpo tumefatto dell’attrice Ayaka Komatsu come medium per una storia il cui canovaccio sembra ben provenire da tutt’altri generi cinematografici.

Quei pochi morti viventi che si sono affacciati nel cinema da quelle parti sono quasi sempre stati relegati a mero strumento per mostrare gore e sangue a voluttà come nel caso del pure ottimo Helldriver, dove le coordinate erano quelle del film d’azione sopra le righe. I punti di riferimento di Tanaka Hiroyuki, ben più noto con lo pseudonimo di Sabu, sembrano invece provenire dal cinema d’autore europeo ibridato con modelli locali. Lontanissima dallo sconosciuto del Teorema di Pasolini, la Miss Zombie eponima porta la medesima disgregazione nel nucleo familiare in cui viene assimilata prima come serva, poi come schiava sessuale e persino come sostitutivo materno. I toni sono quelli del drammone familiare in cui covano tensioni più o meno erotiche, canovaccio comune sia nel nostro cinema che in quello locale, ma non si può fare a meno di notare come su questa impalcatura si innestino una serie di riflessioni più o meno naturali.

In un mondo in cui gli zombi non sono aggressivi, se non vengono alimentati con carne, la mera ripetizione di giorni tutti uguali da parte di quello che dovrebbe essere un vuoto involucro assomiglia sinistramente alla quotidianità di tutti. Però il personaggio protagonista sembra un involucro privo di anima fino ad un certo punto. Il retroterra spirituale nipponico, figlio in gran parte del Buddhismo, vuole che corpo e anima siano considerati cosa unica. Se alla gran parte della produzione occidentale sui morti viventi sottende l’inutilità del corpo senza anima, sarebbe più corretto parlare di inseparabilità del corpo dall’anima nel presente caso. Se quel corpo diventa eterno, e non vi è ferita che lo offenda, dai coltelli dei teppisti che l’accoltellano ogni giorno sulla strada di casa ai sassi dei bambini, senza dimenticare le violenze sessuali a cui è sottoposta da ogni uomo adulto che circola in quella casa, allora qualcosa deve pur rimanere di quell’anima che lo abitava. Nei gesti muti del morto vivente va letto questo. La mano a carezzare l’evidente cicatrice di un parto, resa eterna e immobile dallo stato della donna, dice molto al riguardo.

Dice anche più di quanto creda il regista stesso, che nel finale sente la necessità di spiegare con dei flashback i dettagli. Se un difetto si vuole trovare a questo ottimo film è proprio che Sabu non si è riuscito a scrollare del tutto la sua maniacale natura di sceneggiatore. La sua rinascita come autore vero, si trascina dietro il retaggio dei suoi altrettanto ottimi film da narratore, come Postman Blues o Blessing Bell. Ad ogni modo bentornato a questo regista, che ha saputo reinventarsi dopo il deludente e scolastico adattamento da manga Usagi Drop. Pacatamente e senza troppo rumore gli va il merito di aver realizzato uno dei migliori film della stagione, che non va confuso con prodotti che provavano a muoversi sulle stesse tracce proponendo una re-umanizzazione del morto vivente negli scorsi anni. Deadgirl con la sua protagonista abusata, I, Zombie sulla progressiva perdita dell’umanità o Zombie Honeymoon con le sue implicazioni sentimentali per citarne alcuni ci provano col piglio del cinema indie occidentale, ma non reggono minimamente il confronto, per sciatteria nella realizzazione nel peggiore dei casi o estrema prevedibilità nel migliore. Decisamente Miss Zombie non va confuso e quindi condannato all’oblio nell’oceano di produzioni del genere.

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