Modern Family

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Tra le visioni a cui siamo riusciti a partecipare al Florence Korea Film Fest 2013, Modern Family è forse la più interessante. Sotto questo titolo – che in originale suona come Famiglia Cinema – sono uniti quattro corti di altrettanti registi emergenti che esplorano dinamiche e problematiche delle famiglie nella Corea di oggi.

Circleline.
Sa coinvolgere e spiazzare la regista del poco convincente Pluto – film al quale è andato il premio per la sezione “Independent Korea” del Festival citato – con la storia di Sang-woo, novello Romantic Papa (Shin Sang-ok, 1960), che nasconde alla famiglia il proprio licenziamento passando ogni giorno a dormicchiare sui treni di una metropolitana affollata di gente indaffarata, ma anche rifugio di altri disperati come lui. Similmente al suo antenato cinematografico, Sang-woo soffre di una profonda vergogna per sé e allo stesso tempo di un rancore impotente nei confronti della famiglia che lo pressa con richieste che egli non è in grado di soddisfare. Rancore che manifesta principalmente verso il figlio nascituro con la frase “tu aspetta a nascere che non è il momento”. Presentato con una brillantezza che stride con la malinconia dei protagonisti, l’episodio segue i personaggi con affetto e passione, si sofferma sulle loro profonde crisi, suggestiona lo spettatore con sfocature e claustrofobici interni. E si chiude in maniera del tutto inaspettata e lontana da sensazionalismi, sentimentalismi e ancor più dai buonismi verso i quali tendeva l’illustre predecessore. La crisi ora si ripropone come quarant’anni fa, solo senza speranze né prospettive di riscatto. Spietato.

Star Shaped Stain.
Dramma commovente in cui viene esplorato il delicato e ambiguo rapporto tra razionalità e superstizione in seguito a un evento traumatico come può essere la perdita di un figlio. La protagonista vive come sospesa in un limbo collettivo dove tutto può ancora accadere e il regista è bravissimo nel trasmetterci la sua ansia e il suo dolore in un melange di atmosfere horror, comiche e drammatiche che risparmia sorprendentemente allo spettatore il massacro emotivo. La poetica scena finale, che avviene sotto lo sguardo disperato e rassegnato del marito, sembra quasi rivendicare il bisogno liberatorio di credere nelle proprie fantasie, anche solo per fare fronte a una vita compromessa dalla nostalgia.

E.D. 571.
È l’episodio più statico e teatrale ma anche quello più azzardato – almeno sul piano concettuale – rientrando a pieno titolo nel filone della fantascienza sociologica. In un’epoca di delinquenza giovanile sempre più problematica, una figlia in provetta rintraccia la propria madre naturale. E la ricatta. Ne consegue una sentita riflessione sui contrasti generazionali e le rivendicazioni di entrambi i ruoli familiari, tra sensi di colpa, egoismi e la drammatica consapevolezza di vivere una modernità alienante e innaturale.

In Good Company.
Il tema dello sfruttamento sul posto di lavoro è stato ampiamente sviscerato dal cinema asiatico, ma questo corto lo fa in modo urgentemente attuale e con una particolare forza nel denunciare le devianze di un ambiente opprimente, invasivo, predatore del tempo da dedicare alla famiglia. Il piglio documentaristico adottato dal regista ci rende ancor più evidenti i meccanismi di controllo e di prevaricazione messi in atto dal capo ufficio, in un climax deumanizzante che giunge all’epilogo in cui le urgenze ignorate fanno deflagrare una serie di emergenze che rivendicano l’esistenza di una vita al di là dell’ufficio. Una lucidissima e avvelenata analisi per l’episodio forse più coinvolgente di questo pregevolissimo omnibus.

Al Festival fiorentino Modern Family non ha ricevuto nessun premio ufficiale, ma la menzione d’onore per aver “saputo raccontare, con grande forza del racconto e delle immagini, quattro drammatici spaccati di vita della Corea di oggi, con uno stile semidocumentaristico che non dimentica la sapienza e la complessità del linguaggio cinematografico”.

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