I Cacciatori di Tesori – La Leggenda Perduta

Voto dell'autore: 3/5
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Il 2015 sarà ricordato nel contesto cinese per essere -tra l’altro- l’anno che ha visto due registi noti e promettenti confrontarsi con blockbuster a budget stellari legati da alcuni elementi radicali. Da una parte Lu Chuan (City of Life and Death) con Chronicles of the Ghostly Tribe e in questo caso Wuershan (Painted Skin II) con Mojin: The Lost Legend. L’elemento più incredibile è che entrambi i film sono tratti dallo stesso romanzo del 2006, Ghost Blows Out the Light di Tianxia Bachang, un fenomeno nato nel web (come The Midnight After) e poi pubblicato in forma classica (sei milioni di visualizzazioni e seicentomila copie cartacee vendute). E i due film sono usciti entrambi a distanza di due mesi e mezza l’uno dall’altro, a fine 2015.
Decisamente somiglianti in effetti (ma non così tanto da far intuire la anomalia produttiva anche perché l’altro è basato sui primi quattro volumi della saga, mentre questo sugli ultimi quattro), e -nota positiva, come già sottolineato nella recensione di Chronicles of the Ghostly Tribe– mostrano una strada nuova e laterale al blockbuster fantasy iper effettato di classica matrice cinese. Hanno un altro elemento però in comune, ovvero di avere annientato la personalità registica dei due autori; e se Lu Chan era tutto sommato un regista sobrio, in quella di Wuershan, di natura particolarmente virtuosistica, si nota decisamente di più.
Più eccessivo e allineato questo Mojin, ma visivamente più sontuoso del gemello e con un cast decisamente più interessante che annovera Huang Bo e Shu Qi (di recente in coppia su Journey to the West: Conquering the Demon), Chen Ku (Flying Swords of Dragon Gate) e in un piccolo ruolo la bellissima Angelababy (Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon).
Mojin possiede anche il merito di osare una inaspettata “autocritica” nei confronti dei soldati della rivoluzione culturale e dell’attitudine alla distruzione dei manufatti sacri che supportano una visione metafisica e spirituale della vita. Ma non solo; i personaggi della parte di vicenda ambientata poi negli anni ’80 guardano con disincanto privo di nostalgia verso un passato ormai lontano e distante dal presente e da quello che sono diventati negli anni. Una sorta di visione del tutto opposta a quella proposta da Tsui Hark in The Taking of Tiger Mountain dove il rispetto per i sacrifici dei combattenti del passato era fulcro per il benessere del presente. Qui emerge una sorta di rinnegamento e sguardo distaccato verso un passato lontanissimo e polveroso.
Il 2015 è stato un anno di particolari aperture autocritiche verso il paese, come dimostra anche il confronto con una contemporaneità poco nobile mostrato nel bel Mr. Six.

Durante la rivoluzione culturale due soldati innamorati della stessa ragazza assistono impotenti alla distruzione di alcuni manufatti sacri e finiscono in una ex base sotterranea giapponese dove improvvisamente i cadaveri dei componenti dell’esercito nipponico tornano in vita. Negli anni ottanta i due uomini e una avvenente fanciulla sono diventati dei professionisti razziatori di tombe che vengono assoldati per una missione particolarmente delicata e pericolosa.

In una fusione matura e accecante (il film dovrebbe ben funzionare visivamente in sala e in 3D) di titoli come Indiana Jones e i Goonies, Mojin mostra il suo limite maggiore nel rivelarsi per l’ennesima volta un qualcosa di estremamente simile ai vari blockbuster americani; enorme, sontuoso, ricco, estenuante, freddo e vuoto.
Intrattiene, certo, a tratti sorprende e linda gli occhi dello spettatore, ma quello che forse resta alla fine è il piccolo personaggio di una killer pittoresca interpretata da Cherry Ngan Cheuk-Ling e gli splendidi primi piani di una solare e limpida Angelababy che buca lo schermo.
Se si cerca grandeur ed epica per il 2015 bisogna volgere gli occhi altrove, verso l’India magari e verso lo straordinario Baahubali.

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