Mojin: The Worm Valley

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La serie di romanzi cinesi Ghost Blows Out the Light, fantasy di avventura archeologica a metà tra Tomb Raider e Indiana Jones, sta dando alla luce un buon numero di film mediamente slegati tra loro con una frequenza ormai ciclica.

Il primo, I Cacciatori Di Tesori – La Leggenda Perduta (Mojin: The Lost Legend), godeva della regia visionaria di Wuershan, il secondo, I Cacciatori Di Tesori – Cronache Della Tribu’ Fantasma (Chronicles of the Ghostly Tribe) di Lu Chuan era più polveroso e “verosimile” e poggiava su scenografie inusuali e “reali”.

Oltre a diverse stagioni televisive, arriva poi questo The Worm Valley, sorta di sequel esplicito del primo.

Il film è diretto da Fei Xing, regista mediamente apprezzato in patria che si mette alla guida di un baraccone chiassoso e glitterato. Questa versione infatti più che un film sembra un video da luna park, di quella tipologia solitamente utilizzata per i percorsi in realtà immersiva.

A questo aggiunge tutti i pregi -e soprattutto i difetti- del cinema statunitense contemporaneo, in primis una totale assenza di ritmo e respiro in virtù di una continuità episodica e ciclica di scene madri. Ormai azzerata la soglia di attenzione dello spettatore il cinema spettacolare attuale, escluse fortunate eccezioni, sembra solo un continuum di stimoli percettivi annegati nel digitale (un po’ come nel recente Alita, per fare un esempio).

Quindi in tutto questo passaggio tra location 1, location 2 e location 3, sempre più accecanti e colossali e tra mostro 1, mostro 2 e mostro 3, sempre più grandi e letali, si riesce anche ad evocare più volte certo cinema buono, polveroso e con un senso del meraviglioso più ludico sullo stile del cinema di Ray Harryhausen (specie nel duello con le creature nel pre finale).

Ma è un attimo perché il resto è un flusso continuo e ininterrotto di attori poggiati su un universo di computer grafica (di alterna fattura), di colori, di luci, in un balocco inutile e infantile che riesce comunque a donare qualche sprazzo di rilevanza qualitativa, vuoi in alcune scelte più mature e lugubri, specie nelle location funeree e cosparse di cadaveri “stagionati”, che negli umori disperati, luttuosi e sacrificali che permeano l’intero film.

Mojin, in questa forma produttiva, potrebbe durare in eterno, semplicemente avvicendando di volta in volta la spedizione degli eroi in un contesto, mettendoli di fronte a continui pericoli e creature, senza svolte narrative, evoluzioni, tempi. Perfettamente in linea con tanto cinema corrispettivo di ogni parte del mondo.

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