The Mole Song: Undercover Agent Reiji

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Miike Takashi è uno spirito indomito, una cinematografia vastissima alle spalle che spazia tra i generi in maniera totalmente anarchica, ma riuscendo ad impreziosire ogni opera con la sua personalissima cifra stilistica. La materia filmica di Miike è in continua evoluzione, un flusso in movimento perenne, la mutazione di un corpo mai uguale a sé stesso che cambia pelle, si rinnova e si reinventa, avulso dai limiti imposti da generi e definizioni. La visione di Miike è libera, sfonda i confini dell’autorialismo, il suo sguardo è “oltre” non è fisso sul “sé” ma si fa crisalide in ogni opera mutando la sua forma e sperimentando linguaggi filmici nuovi. Un’eruzione magmatica che travolge i topoi producendo nuovi stilemi funzionali ad una messa in scena sempre originale, destrutturando e fondendo tra loro le categorie.

The Mole Song – Undercover Agent Reiji aka Mogura no uta – sennyû sôsakan: Reijiè l’ultima opera del cineasta nipponico, presentata all’ottava edizione del Festival del Film di Roma, basato sull’omonimo manga di Noboru. L’architettura su cui poggia le fondamenta questo lavoro è quella del manga da cui è tratto, spumeggiante e demenziale, e di cui riesce a mantenere la coerenza stilistica, narrativa e visiva. L’autore usa il suo estro artistico per confezionare un prodotto cinematografico che rispecchia la genialità anarchica con cui da sempre marchia le sue opere. Un’eruzione di colori e di ironia dissacrante, che va oltre il cartone animato, ma sconfina e delimita l’epifania di un genere inedito ed originale. The Mole Song è grottesco, demenziale, caratterizzato da toni surreali, mantiene l’anima del manga, Renji è vicino per alcuni aspetti allo squinternato Duffy Duck di Tex Avery, ma l’opera di avvicinamento tra fumetto e film realizzata da Miike è molto diversa da alcune produzioni americane, in cui gli attori “reali” si affiancano, rimanendone ben distinti, a personaggi d’animazione “fantastici”, come nel Roger Rabbit di Zemeckis. Secondo uno stile già collaudato in film come Yattaman e ancora con i capitoli di Crows Zero, Miike nei suoi adattamenti cinematografici dalle tavole disegnate, riesce a fondere il piano reale e quello fantastico, sforzandosi di riprodurre tutti gli aspetti caratteristici e lo stesso linguaggio narrativo delle opere originali, con un sapiente ma moderato uso della CGI, e soprattutto lavorando sulla mimica degli attori, trasformati nelle autentiche controparti viventi dei personaggi interpretati. Il tessuto narrativo di questo film è piuttosto semplice, è incentrato su una storia di yakuza, la lotta fra due clan che si contendono il monopolio della criminalità; Reiji, interpretato da Toma Ikuta, è un giovane poliziotto, testardo, ingenuo e soprattutto un inesperto verginello, col chiodo fisso del sesso, ma profondamente onesto e determinato a sgominare il crimine, e per queste sue doti viene scelto dal suo superiore, dopo essere stato ufficialmente licenziato, per diventare un infiltrato (la talpa del titolo) e controllare i movimenti del clan di Shuho Todoroki, non prima di avere superato una serie di bizzarre prove orchestrate dai suoi colleghi.

Miike Takashi si abbandona in questa opera alla sua vena ironica e goliardica, in un connubio di elementi pop e design fumettistico che conferisce alla storia yakuza leggerezza ed una caratura ariosa, ma del resto è noto che l’ironia è una delle caratteristiche a cui l’autore nipponico ha abituato il suo pubblico sin dalle prime opere, anche, e soprattutto, quando il gore raggiunge vette di ferocia altissime. Il film rispecchia l’iconografia fumettistica orientale, nelle espressioni mimiche dei volti degli attori, nelle esplosioni di colori sgargianti, è un folle delirio che colpisce direttamente lo sguardo dello spettatore, travolto dalla comicità dirompente del film. Non mancano i momenti in cui l’atmosfera abbandona i toni fragorosi per farsi apparentemente più seria e realistica, in un equilibrio totale di elementi che Miike dosa ed elargisce con la sua solita sapienza. I rapporti di amicizia che inevitabilmente si creano tra infiltrato ed i membri del clan vengono tratteggiati e disegnati con maestria, accompagnati da originali e audaci espedienti narrativi e visivi che sottolineano l’esperienza del regista.

In Mogura no uta – sennyû sôsakan: Reiji lo spettatore ritrova il guizzo ferocemente ironico dell’autore nipponico, le animazioni e i momenti musicali che avevano caratterizzato opere come The Happiness of Katakuris, in cui la sperimentazione visiva impreziosiva un’opera fuori dagli schemi e difficilmente etichettabile, come spesso capita con i film di Miike. La tonante ironia che pervade tutto il film è riassunta dalle parole che il regista mette in bocca al protagonista, l’agente Reiji: “Ma siamo seri? È roba da scemi…”. Non possiamo che rimanere in trepidante attesa di un eventuale sequel, come il finale aperto lascia presagire.

Foto dell’autrice dell’articolo scattate al Festival del Cinema di Roma

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