Monsters Club

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Monster Club“La libertà è potere. Non il potere di controllare il prossimo, ma il potere di controllare la propria vita. Se qualcun altro ti controlla, non importa quanto tollerante, misericordioso o generoso esso sia; non sei libero.”

Questo è quanto scrive nel suo manifesto ideologico il giovane Ryoichi, la cui ricerca di una libertà assoluta e primigenia lo ha portato a vivere in una baita montana in completo isolamento. Il ragazzo cerca di recidere ogni legame con la società industriale, che ai suoi occhi appare come un mostruoso meccanismo liberticida. Vive di selvaggina e raccolto e non ha contatti con altri esseri umani, fatta eccezione per qualche saltuaria visita da parte della sorella. Ma la piccola isola di libertà che Ryuichi si è costruito non è affatto il posto idilliaco e sereno che si potrebbe pensare. Dal suo nascondiglio Ryuichi porta avanti una guerra personale contro la società intera, combattuta a colpi di pacchi bomba indirizzati alle sedi delle multinazionali. Nel frattempo l’isolamento mette a dura prova la sua stabilità psichica: mostruose presenze si aggirano per la baita, e i fantasmi dei suoi due fratelli, morti anni prima, iniziano ad apparire al ragazzo.

Dopo quasi un lustro di esilio forzato dal cinema, Toshiaki Toyoda è tornato addirittura più audace e spiazzante, per niente stanco di sperimentare se stesso in nuovi generi temi come dimostra questo Monsters Club.
L’ispirazione, come Toyoda ha ribadito in diverse interviste, è arrivata dagli scritti di Theodore Kaczynski, alias Unabomber, l’ex docente universitario statunitense che si rese colpevole di diversi attentati con pacchi bomba tra gli anni Ottanta e Novanta, ma il film prende presto una direzione autonoma rispetto ai fatti realmente accaduti divenendo una riflessione sulla ricerca della libertà ,su quanto siamo disposti a sacrificare per essa.
Toyoda ha girato il film praticamente senza script, con pochi attori e poche location, tutti limiti di cui ha saputo carpire il potenziale espressivo. Monsters Club è un film che lavora per sottrazione, a partire dalla memorabile sequenza iniziale, in cui la consegna di uno dei pacchi bomba assemblati da Ryuichi è messa in scena tramite una serie di inquadrature fisse dei meccanismi all’interno dell’ordigno, mentre dall’esterno sentiamo prima la voce del corriere, poi dei destinatari del pacco ed infine le loro urla di terrore quando la bomba si innesca. Una sequenza semplicissima ma dall’impatto violentissimo.
Nel film hanno grande peso le assenze. Le due grandi nemesi del protagonista sono la società industriale e la propria famiglia. La prima non appare mai su schermo se non brevemente nel finale, mentre per il resto del film gli unici due ambienti in cui ha luogo la storia sono la foresta innevata e i claustrofobici interni della baita, mentre il nucleo famigliare è rappresentato solo dai fantasmi dei fratelli e dai ricordi . Le uniche presenze davvero “tangibili” sono i mostri, unici veri simili di Ryuichi (tanto che nelle missive allegate ai pacchi bomba si firma M.C., ovvero Monsters Club), sorta di tramite tra il regno dei vivi e quello dei morti, che sono concepiti ed interpretati dalla performer Pyuupiru.
Monsters Club è forse uno dei film più contemplativi della filmografia di Toyoda, dove all’azione narrativa preferisce un graduale disvelamento del suo protagonista. Ryuichi è un reietto come lo erano gli studenti teppisti di Blue Spring, e Arano, lo psicopatico di Pornostar, ma al contrario dei suoi predecessori, tutti in qualche modo messi da parte dalla società, Ryuichi ha scelto volontariamente la sua condizione e la progressiva scoperta delle motivazioni di questa scelta sono il principale motore propulsivo del film. In un primo momento Ryuichi sembra un anarcoide totalmente assorto nei suoi soliloqui ideologici, ma più la sua salute psichica diviene precaria, più si aprono squarci sul suo tragico passato che gettano una luce nuova sui motivi delle sue scelte e delle sue azioni. La baita in cui vive diviene una materializzazione della sua mente e del suo mondo interiore abitato da ricordi e fantasmi. Fantasmi del suo passato che lo portano ad accarezzare sempre più insistentemente l’idea del suicidio , un tema che ritorna insistentemente nel film, come se una parte di Ryuichi vedesse in questo atto estremo la forma più definitiva di liberazione da ogni vincolo. È in questi momenti che emerge la vera natura della battaglia di Ryuichi, non una battaglia contro la società, ma una battaglia contro sé stesso, un battaglia per sopravvivere a sé stesso e trovare una nuovo posto nel mondo dopo che tutte le certezze si sono sgretolate; la medesima battaglia che si trova a combattere la sorella, l’unico familiare rimasto in vita di Ryuichi, che però ha preso una via diametralmente opposta, ovvero quella dell’integrazione nella società, con un lavoro, una casa e una famiglia.
Al contrario di altre pellicole che trattano il tema della ribellione e la fuga dalla civiltà che spesso si concludono con una riconciliazione tra i protagonisti ribelli e la società (talvolta anche solo simbolica), Monsters Club, seppur raccontando la discesa agli inferi del suo protagonista, si chiude con un esortazione a non arrendersi, a non accontentarsi di ciò che la vita e la società ci propinano, un invito a continuare a cercare il proprio mondo ideale, anche se questo mondo dovesse essere una foresta abitata da mostri. Un’esortazione alla ricerca continua che, come dimostra questa pellicola, Toyoda ha già fatto propria nel suo cinema.

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