Monster

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,50/5: 2 voti]

Monster fa parte di questa ormai evidente nuova onda coreana e di base possiede tutte le marche semantiche del thriller locale. Fortunatamente riesce a rielaborarlo e a riempirlo di un numero corposo di trovate e di stimoli inediti che fanno si che il film si elevi sulla massa. Principalmente sono i tocchi surreali a fare la (o una delle) differenza/e, come all’inizio quando Bok-Soon (Kim Go-Eun), la protagonista, parla con sua nonna defunta rappresentata come un viso sorridente all’interno del globo solare a mo’ di Teletubbies. Altra caratteristica interessante è il modo in cui in punta di penna riesce ad evidenziare più volte le “affinità e divergenze” tra città e periferia e tra “miseria e nobiltà”; in una sequenza  Bok-Soon e la piccola Na-Ri camminano lungo il greto di un fiume dove sono accampati con una moltitudine di tende e accessori un corposo numero di turisti. “Perché dormono così?” chiede la bambina e Bok-Soon ingenuamente risponde “probabilmente non avranno una casa”.
Ma d’altronde siamo dentro al classico thriller coreano il che ha solitamente due significati: tensione e sangue. La tagline del film, anche questa innovativa, mostra una sorta di sfida/duello tra una povera ragazza quasi autistica di campagna e un ricco sanguinario e spietato psicopatico di città.
La scrittura è più che buona, regala una buona sezione di testa in cui tante vicende scorrono parallele prima di iniziare ad annodarsi tra loro.

Un uomo pieno di debiti viene assoldato dal suo capo per portare i soldi di un ricatto ad una ragazza e in cambio recuperare uno smartphone che contiene un video incriminato. Il fratello dell’uomo è uno spietato psicopatico che brucia in un forno i corpi delle vittime, mescola le loro ceneri alla creta con cui realizza dei ricchi vasi per clienti facoltosi.
Bok-Soon è una povera ragazza venditrice di verdure con sorella a carico. Una serie di imprevisti e omicidi inaspettati fa si che Bok-Soon con la piccola figlia della ricattatrice (uccisa) debba far fronte alla violenza dell’assassino che vuole abbatterle.

Tutto fila al meglio. Anche quella epocale pecca di tanto cinema coreano, ovvero il non sapere quando fermarsi e l’inanellare infiniti doppi finali è parzialmente arginata infilandone un paio durante i titoli di coda. Ma non siamo nemmeno nei lidi della perfezione visto che un paio di tasselli della narrazione non si incastrano perfettamente nel tessuto e come spesso accade possono provocare una leggera irritazione in uno spettatore particolarmente esigente. La regia è mimetica e non si abbandona quasi mai a virtuosismi fini a sé stessi, la sceneggiatura alterna liberamente violenza, ironia e melodramma e la confezione finale è di lusso come per la maggior parte del cinema locale offrendo una buona selezione scenografica. Per il resto, nella media attuale, si tratta di un lavoro più che soddisfacente che affronta il genere e ne restituisce una versione leggera e rinnovata che non annoia e regala una buona prova degli attori tra cui spicca l’ennesima bambina prodigio (dieci anni), Ahn Seo-Hyun.

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