Moonlight Whispers

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

Moonlight WhispersTanto cinema si interroga sulle modalità nelle quali una storia d’amore possa consumarsi all’ombra della perversione, della devianza dalla sessualità come intesa comunemente. Shiota non è certo il primo cineasta a porre questi interrogativi tramite lo schermo, soprattutto se si guarda alla singola cinematografia nipponica storicamente sensibile all’argomento. E` però originale nel farlo, adottando il linguaggio del romanzo di crescita, del film adolescenziale  sui liceali, muovendosi sapientemente tra uniformi scolastiche e la radicata timidezza di quell’età.

Lo spunto viene dall’omonimo fumetto di Kikuni Masahiko. Sull’onda dei classici impulsi adolescenziali da manga, la storia narra della bella liceale Satsuki (Tsugumi) alle prese col suo timido ed impacciatissimo primo amore Takuya (Mizuhashi Kenji). La scoperta reciproca dei due giovani, che sembra avanzare nelle prime decine di minuti del film nel più canonico dei modi, incomincia a mostrare le crepe nell’eccessivo impaccio del ragazzo. Anni di voyeurismo di questi collassano infatti nella scoperta che la ragazza spiata lo ama davvero e che non esiste per lui altro modo al di fuori di questo di concepire la relazione. Una volta rivelata l’anomalia del rapporto, viene fuori la rabbia per una normalità negata da parte di Satsuki, presto soppiantata dal gioco al rialzo in cui si avventura, alla costante ricerca di reazioni emotive “normali” come la gelosia da parte del ragazzo. In un misto tra ribrezzo e coinvolgimento si svolge la discesa della ragazza verso una totale spersonalizzazione di sé, che arriva persino a far vacillare le sue certezze. Il dubbio che possa esservi un confine da valicare per l’accettazione del sogno deviato del ragazzo di essere il suo cane piuttosto che il suo amante scava nella protagonista fino alla lacerazione finale.

Il film sorprese positivamente la critica nazionale vista l’estrema originalità del narrato accompagnata dall’asciuttezza registica di Shiota che ne fece da allora il suo personale marchio di fabbrica. Uscì nello stesso anno di un altro lavoro dello stesso regista (Don’t Look Back), per cui entrambi gli valsero l’annuale riconoscimento che l’associazione dei registi cinematografici del Giappone assegna al miglior regista esordiente, nonostante il vero esordio fosse già avvenuto qualche anno prima  con il film destinato al mercato video The Nude Woman.

La gran forza del film è anche quella di non lasciar aperti i quesiti morali che pone. Satsuki può infatti accettare la perversione del suo ragazzo. Non si tratta affatto di una questione irrisolta, come sarebbe probabilmente accaduto a Occidente, dove la grossa dose di moralismo endemico alle nostre educazioni ci concede spesso tanto pudore connaturato all’insicurezza che semina. La risposta di Shiota è ben affermativa. L’amore da quelle parti è fatto di diversi tipi di autolesionismo che cercano convergenza. Come spiegò il buon Kitano interrogato sul suo Dolls, la devozione intesa in senso classico di tanta letteratura giapponese è questione di automutilazioni assortite. La volontaria privazione delle proprie libertà o di capacità fisiche rientrano entrambe in questa categoria, poiché sono sacrifici consumati all’altare della propria unione. Così i due protagonisti finalmente sereni, una volta fasciate le rispettive ferite, possono guardare al di là dell’orizzonte, una volta appresa la lezione delle loro rispettive vulnerabilità. Questo almeno sembra voler suggerire il suggestivo finale.

CONDIVIDI: