Motorway

Voto dell'autore: 3/5
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Motorway di Soi CheangDopo l’ottimo Accident, era con grandi aspettative che si attendeva il ritorno di Soi Cheang al grande schermo. Le anticipazioni trapelate sulla lavorazione di Motorway e le prime immagini apparse sul web avevano scaldato gli animi. “A karate showdown on wheels”, recita una delle locandine promozionali. Il trailer pure prometteva una Hong Kong notturna divorata da folli inseguimenti in automobili. Diciamocelo subito. Motorway non è quello che avrebbe potuto essere. L’eleganza formale, in certi punti assolutamente impeccabile, è il naturale proseguimento dell’esperienza maturata fin qui dal regista di Hong Kong. Le quattro ruote, protagoniste essenziali di Motorway, sono riprese con scelte stilistiche raffinate. Salvo piccole cadute di tono, come il testacoda di Shawn Yu per fare colpo sulla bella dottoressa interpretata da Barbie Hsu Hsi-Yuan, sono accuratamente evitati i blasonati luoghi comuni nel settore motori e corse. Poche le chiacchiere su dettagli per appassionati di auto, quasi nessun interesse verso i modelli di macchine utilizzate. Non che da Soi Cheang ci si dovesse aspettare una risposta ai vari Fast & Furious. Al posto di schianti fracassoni ed esplosioni al limite del possibile, Motorway offre inseguimenti ridotti all’osso, tesissimi fino all’ultima frenata, quasi spogliati di tutta la loro spettacolarità. Si corre, certo, ma si rivelerà fondamentale manovrare una curva strettissima a due chilometri all’ora. La notte che accoglie le varie corse in auto è una meraviglia per gli occhi. Nessuna innovazione, né tantomeno rivoluzione. Il film trasforma in un affascinante dialogo tra automobili un confronto tra buoni e cattivi immerso in una metropoli tetra. Soi si tuffa per le strade di Hong Kong a rotta di collo, un’atmosfera unica che si trova solo in questa città e che solo pochi registi hanno saputo catturare con tale convinzione.
Tutto questo, per quanto studiato, va però a discapito della sceneggiatura, sacrificata in larga misura. Già il pretesto narrativo è esilissimo:

un giovane poliziotto spericolato al volante si trova a dover catturare un abilissimo pilota criminale, apparentemente imprendibile.

Tuttavia, la mancanza più significativa è la buona costruzione del rapporto fra l’allievo (Shawn Yu) e maestro (Anthony Wong) sul quale si dovrebbe reggere l’intera vicenda. Non è per il maestro che l’allievo non si arrende fino all’ultimo? Confinato in un paio di sequenze, l’apprendistato è incolore, sbrigativo. I flash della voce del maestro nei ricordi dell’allievo non bastano a rendere l’attaccamento fra i due. Personaggi di contorno come la già menzionata dottoressa sembrano più che altro riempitivi, distrazioni dal vero nucleo di Motorway visto quanto poco incidono sugli eventi principali. Strano a dirsi visto che fra gli sceneggiatori compare tale Szeto Kam-Yuen, stretto collaboratore di Soi Cheang, che può vantare nel suo curriculum titoli del calibro di Expect the Unexpected, A Hero Never Dies e The Longest Nite. Motorway non ha particolari colpi di scena, procede linearmente verso la conclusione in maniera abbastanza prevedibile, con una chiosa che in fondo ci si poteva risparmiare. Lo spazio è tutto concesso alle automobili. Recitano loro, ed è una soluzione tanto radicale quanto discutibile poiché degli attori in carne e ossa ci si dimenticherà in fretta dopo i titoli di coda.
Nelle mani di Soi Cheang il film a tratti brilla di luce propria. Nonostante resti un episodio minore nella filmografia di un regista talentuoso, Motorway si pone a mezza via come non tutti i film di genere riescono a fare. È in grado di soddisfare le esigenze del fanatico di velocità, ma può tranquillamente piacere anche a chi va in cerca di uno spirito che a Hong Kong sembrava esistere solo nei personaggi lucidi e spietati dei migliori noir di Johnnie To.

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