Mourning Grave

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Mourning GraveMourning Grave si sperava non fosse il solito horror coreano estivo e invece lo è. Lo è perché si tratta della classica storia di vendetta dall’aldilà, lo è perché ha le solite didascaliche sequenze a togliere qualsiasi dubbio sulla vicenda allo spettatore, lo è perché di corredo a quelle sequenze ha i soliti reiterati finali multipli, lo è perché gli attori sono al solito prelevati a destra e manca dal parco cantanti e modelle e lo è infine perché prosegue lungo la strada di astensione dal perturbante che aveva fatto la fortuna del cinema locale appena qualche anno fa. Fare un film del genere e incentrarlo sul bullismo scolastico, lasciando praticamente fuori qualsiasi cosa possa urticare lo spettatore, sembra quasi un tentativo di circonvenzione d’incapace e, a guardare gli incassi dei cinema quest’ultima estate, persino il pubblico sembra essersene accorto.

L’elemento innovativo forse voleva essere l’inserimento di uno zio e nipote con la capacità di vedere i fantasmi e interagire con loro, ma sebbene si fornisca il comico zio di tutta la paraphernalia da esorcista taoista, le scene sono ben povere per chi magari è abituato alla lunga tradizione cantonese di film sui Mr. Vampire.');" onmouseout="tooltip.hide();">Jiangshi come Mr. Vampire. Là certe volte bastava solo un baffuto Lam Ching-ying per fare un pellicola ascrivibile alla categoria, ma un prodotto patinato e sciocchino come Mourning Grave vi ha poco da spartire. La presenza del dramma adolescenziale, più avvezzo a contaminare il genere horror in Corea, è preponderante e finisce per schiacciare questa presunta variante esorcistica.

Il quasi esordiente Oh In-chun non ha la personalità in regia per far prendere una buona piega allo scolastico copione di Lee Jong-ho, sceneggiatore veterano, qui anche nella veste di produttore, che aveva prestato la sua penna al ben noto Bunshinsaba. L’esile soggetto ruota attorno alla vendetta di Sae-hee, di cui scopriremo la tragica storia nel lungo e prevedibile flashback che parte dopo appena un’ora e inaugura il primo finale da dieci minuti. Altri flashback spiegano come il protagonista psichico (Kang Ha-neul) sia in realtà legato a doppio filo alla ragazza fantasma (Kim So-eun) con cui ha sviluppato una tenera relazione e affogano in un mare di noia il secondo finale. La vicenda poi si sposta ben cinque anni in avanti per mostrarci il terzo e ultimo finale, che come da norma è talmente superfluo da risultare stucchevole, una sorta di simbolo per un cinema che ormai ha rinunciato a qualsiasi tentativo di sospensione della credulità. L’unica speranza di salvezza sono davvero quegli incassi mai così bassi per gli horror estivi, che magari porteranno ad un’inversione di rotta da parte delle case di produzione locali. Altrimenti quel destino di oblio per il cinema di genere coreano che alcuni avevano predetto, una volta emigrati i talenti più noti dal paese, sembra davvero inevitabile a questo punto.

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