Mr. Long

Voto dell'autore: 4/5
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La narrazione si innesta in una Taiwan da cartolina all’interno del classico contesto verboso da film gangsteristico post moderno. E si trasferisce poi in un Giappone degradato e isolato.

Ospitato inaspettatamente in concorso al Festival di Berlino e pregiato da un’altrettanta rapida uscita nelle sale italiane Mr. Long è un film del mai troppo apprezzato regista giapponese Sabu.

Non un film perfetto, certo, ma come nella sua intera opera è forse più interessante di volta in volta affezionarsi ad elementi sempre nuovi; concept azzeccati (Miss ZOMBIE), l’inusuale frenesia dei primi titoli, l’utilizzo originale di musiche ricercate come in questo.

Mr. Long si fa notare per la sceneggiatura. Che è al contempo anche la sua maggiore debolezza. Ovvero, la storia è mediamente risaputa e abusata e contiene alcune forzature eccessive oltre ad un secondo finale che va a sconquassare l’equilibrio emotivo che aveva dominato sapientemente per tutto il film. E’ anche vero, però che la narrazione ha anche capacità sopra la media, una tenerezza che raramente scivola nella retorica, e un paio di colpi bene assestati.

La regia stavolta si attiene alla storia e nonostante Sabu non sia regista pulitissimo né troppo rigoroso, quasi lo abbiamo sempre visto come una sorta di Alex de la Iglesia giapponese, lascia che sia la narrazione e guidare il gusto dell’immagine e non viceversa.

La star Chang Chen interpreta Long, un infallibile killer spietato che fallendo un omicidio finisce come preda cacciata dalla yakuza locale; si rifugia ferito in un quartiere discarica frequentato da tossicodipendenti e inaspettatamente aiutato da cittadini dal prepotente spirito civico riesce a costruirsi una sorta di nuova vita anche lavorativa, aiutando anche alcuni personaggi locali ad uscire dalla propria ormai ridotta ad un incubo senza fine. Idillio destinato a spegnersi in fretta quando il nostro dovrà prendere un battello pirata per tornare in patria. I conti con il passato sono ovviamente in agguato, per tutti i personaggi.

Stereotipo del classico gangster silente, Long utilizza il cibo come atto di comunicazione con il prossimo, tant’è che il film contiene numerose sequenze di preparazione di succulenti pasti realizzati in ogni condizione logistica e igienica. Un killer senza affetti né passato, rapido e letale, trova nel cibo una sorta di espressione zen di comunicazione verso un mondo che non gli appartiene e che lo ha emarginato.

Film imperfetto quindi ma permeato da una fortissima carica emotiva e da un’ottima capacità narrativa, si palesa come quel cinema popolare e medio ma macroscopicamente di qualità, senza compromessi, libero e  coinvolgente, quindi un’ottimo oggetto da recuperare insieme ad altri titoli del regista. Sabu, anche in film magari meno originali si riconferma autore di qualità con cose da raccontare e capacità nel farlo.

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