Muzan-E

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Muzan-EDavvero uno strano film questo, probabilmente il più teorico del regista.
Il pretesto di partenza è il seguente. Una giornalista produce un reportage sulla diffusione della pornografia video in Giappone. L’intero film è diretto e costruito come un docu/fiction e segue i vari servizi della giornalista. Partendo dall’aspetto più superficiale e patinato della questione, la videoteca, la giornalista decide di sprofondare sempre di più nella questione, rendendosi spettatrice di un set a luci rosse ed essendo testimone dello squallore ma al contempo della routine di un lavoro come un altro, in cui l’attrice ferocemente abusata nel set diventa poi il personaggio più giocoso e simpatico nel backstage sintomo di una ricostruzione in toto della scena. Ma la giornalista non sazia del documento decide di scendere più in basso e di superare il gradino che da immorale ma lecito scende nell’illegale e criminoso. Appropriatasi di un video snuff scoprirà questa terribile realtà, decidendo così di indagare a fondo, rimanendo però vittima suo malgrado della vicenda e coinvolgendo l’intera troupe che la segue in un gioco più grande di lei. La cosa interessante è che quando il film raggiunge il punto del non ritorno e il livello di guardia massima del malessere e del disturbante il regista improvvisamente rovescia tutto il film con un “piacevole” colpo di scena a sorpresa che cambia all’improvviso tutte le carte in atto. Da questo momento inizia quindi una visione del tutto inedita della storia, che porterà però ad un altro terribile, quanto assurdo, finale. Davvero uno strano prodotto. Yamanouchi dirige spesso film mainstream senza il budget necessario e senza scendere a compromessi. D’altronde questo Muzan-E non è altro che una versione sporca e cattivissima di 8 mm, che in quanto a narrazione può ricordare (senza però né citare né rimandare direttamente) film quali The Blair Witch Project (tutta l’inchiesta simil reale), e il vecchio Non Aprite quella Porta (per le atmosfere malsane soprattutto nella parte finale). Siamo dalle parti del V-cinema più estremo (bisogna dirlo subito) quello fatto di sesso e violenza. La pornografia (per quanto questo termine possa avere un significato reale rapportabile alla nostra cultura e adattato al cinema Giapponese) in questo film è sporadica anche se non basata sulla peculiarità da performance. Insomma non siamo in un film classico da fascinazione degli estremi tipo cacchette alla Psycho the Snuff Reels. Il sesso non è dotato della sua classica funzione masturbereccia, i corpi degli uomini sono flaccidi e non atletici le donne sono pixelizate sia, naturalmente, nei genitali, che in volto (e sul finale si capirà il perchè) e restano quindi dei mezzi corpi privi di identità e se(n)ssualità. Il film è comunque durissimo e permeato da una visione critica durissima, esente da quei momenti ilari e pop che caratterizzavano film come Kyoko VS Yuki. Proprio per questo ricorda Non Aprite quella Porta e al contempo la meta finzione di Cannibal Holocaust. Con più sesso e meno violenza, Il regista stavolta gioca con lo sporco senza giocare sporco e il film lascia addosso un forte fastidio. Nonostante non si parli di cinema altissimo sono comunque da notare i ben tre salti di registro tra realtà e finzione che ribaltano il film, rovesciando così l’emotività dello spettatore da un momento all’altro. Un film da non sottovalutare criticamente, una pietra cesellata nella carriera di un regista folle ma sobrio e dotato di autocontrollo, un regista di cui si parla molto poco e di cui è praticamente impossibile reperire i film in occidente. Almeno fino ad oggi. Probabilmente il suo capolavoro.
Il titolo del film deriva dalle Muzan-E, le pitture atroci giapponesi di fine 800 atte a riprodurre eventi e personaggi storici in contesti di iper violenza grafica.

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