My Beloved Bodyguard

Voto dell'autore: 4/5
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The Bodyguard è l’atteso e sperato ritorno di Sammo Hung dietro la macchina da presa dopo vent’anni, ovvero dai tempi gloriosi di Once upon a Time in China e America. Inspiegabile lungo lasso di tempo visti i titoli fondamentali girati dal regista durante l’età d’oro del cinema di Hong Kong da The Moon Warriors a Blade of Fury. Nel mentre, oltre a dedicarsi all’attività d’attore, anche a livello di coreografo ha regalato alcune delle sequenze marziali più riuscite degli ultimi decenni prima tra tutte quella di Kung Fu Hustle in cui i tre maestri si rivelano lottando contro la Axe Gang.
Ed ora Sammo Hung è tornato. Ma il titolo di questo film è mutato; da il The Bodyguard originario è scivolato verso un My Bodyguard e infine in My Beloved Bodyguard.
Che paradossalmente è il più onesto e adatto perché il film, previsto e promosso come un nuovo macigno per le arti marziali e l’azione al cinema in realtà è tutt’altro. E’ un colpo di genio e di classe di Sammo Hung, un film (e ci duole anticiparlo, volendo saltate pure una riga) in cui c’è una sola scena di arti marziali, alla fine. Una sola.
Più che ai numerosi film di arti marziali ripetitivi che hanno ammorbato e reso totalmente di maniera il genere, spesso adombrati da uno Yuen Woo-ping ormai svogliato e fuori forma, My Beloved Bodyguard è più vicino al recente Mr. Six. Di nuovo un film acuto e lucido che osserva il presente e ne analizza dinamiche e flussi. Ancora un film che racconta un passato e la tradizione ormai allo sbando, ormai fuori ruolo, inondati da una crescita, uno sviluppo e un’evoluzione del paese che spesso lascia indietro parte della popolazione che non riesce a far fronte a una frenesia così rapida di cambiamenti epocali. O che solo non vuole.
Sammo, come in parte fatto in Mr. Six, o da Simon Yam nella sua prima regia, rimette in gioco sé stesso, il suo personaggio e il suo corpo. Si racconta come un “eroe” del passato, ormai zoppo, stanco, appesantito e preda della demenza senile. La memoria a breve termine è ormai andata e vive di rammarico per la perdita degli affetti e della famiglia, ritirato a Suifenhe, una città remota del nord est della Cina ai confini con la Russia, primaria porta di ingresso per l’import di legno dalla nazione vicina. Nel momento in cui l’unica creatura a lui vicina si troverà in pericolo a causa di una guerra tra criminali russi e delinquenti comuni cinesi, sarà suo malgrado costretto a ritornare in azione. Il film vive di comparse (inutili a dire il vero) di tante vecchie glorie del passato di Hong Kong; da Karl Maka, Dean Shek e Tsui Hark (tre delle teste della casa di produzione Cinema City) nel ruolo di vecchietti parcheggiati perennemente su di una panchina, ad un ritorno in massa delle “sette piccole fortune” (ovvero i compagni di corso di Sammo Hung e Jackie Chan durante la loro infanzia, che poi divennero tutti nomi rilevanti dello star system locale) e un ruolo più corposo per Andy Lau che è presente anche in produzione.
Il film avanza teso, con alcune sequenze brevi ed estremamente violente ma bisogna aspettare il finale per giudicare il lavoro di Hung.
Molta classe. Il regista ci offre uno straordinario repertorio di scontri in interno in spazi angusti e a distanza ravvicinata, tutti composti di leve e artifizi tipicamente militari con un senso del dolore e della violenza sopra la media. Hung in più di una sequenza deve far fronte alla propria inadeguatezza contro giovani combattenti armati e atletici e arriva più volte ad usare il suo stesso corpo come fosse una catapulta onde lanciare e devastare letteralmente come un macigno i corpi altrui. La sensazione è finalmente quella di un cinema canonico ma totalmente vergine e rinvigorito da dinamiche nuove, da una regia in parte dimenticata e che emerge dal passato in tutto il proprio fulgore (e siamo piacevolmente meravigliati da tanto step framing di cui ormai avevamo dimenticato la resa). E infine come ai vecchi tempi c’è spazio anche per un riuscito inseguimento automobilistico old school dato ovviamente in mano a Bruce Law Lai-Yin l’uomo che nella media numerica ha diretto il maggior numero dei migliori film della storia con inseguimenti e impatti tra veicoli in corsa.
The Bodyguard deluderà molti, esalterà altri ma sicuramente non lascerà indifferente nessuno.
Quello di Sammo Hung è il migliore ritorno possibile in un film forse troppo risaputo nella struttura narrativa, fasciato da una colonna sonora maestosa e inaspettata, e che colpisce, emoziona ed arriva a segno regalando qualcosa di mai visto prima che auspichiamo possa essere trampolino per una rimessa in discussione delle dinamiche del cinema di arti marziali contemporaneo.

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