My Dear Enemy

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My Dear EnemyDopo un anno che si sono lasciati, una lei, di poche parole e cupa cerca un lui immaturo e nullafacente con il solo scopo di farsi restituire dei soldi che gli aveva prestato. Durante una lunga, lunghissima giornata lui scorazzerà lei per la città nella ricerca di tante donne che sono “stranamente” in debito con lui per farsi dare parte della somma dovuta. Ma in quella giornata dubbi, pensieri, sentimenti sussurrati, celati, dubbiosi affioreranno ma non saranno mai seviziati né da uno svolgimento narrativo volgare, arrogante e patetico né da un finale conciliante e prevedibile.

Decine di film coreani battono il chiodo su temi simili, film solitamente lunghissimi (anche qua superiamo le due ore) e solitamente accecati da finali da denuncia per crimini contro l’umanità.
Stavolta invece siamo da tutt’altra parte. My Dear Enemy è un’opera di una bellezza inenarrabile che anche quando lo spettatore ha voglia di distrarsi dalla progressione narrativa, acceca con la sua straordinaria capacità di messa in scena. Bellissimi piani sequenza, gru pertinenti, utilizzo incredibile di superfici, di porzioni urbane di riflessi speculari, quasi una composizione musicale dei palazzi che rimbalzano sui vetri dell’automobile ipnotizzando la visione. La direzione degli attori è squisita e composta (l’interpretazione di Jeon Do-yeon è incredibilmente sfaccettata e controllata) l’utilizzo del peso del quadro panoramico sapiente e sempre stimolante, l’uso dell’apparato sonoro creativo non è da meno.
Il film emoziona senza mai barare, gioca con i sentimenti sempre a sottrarre senza mai adescare con scorrettezza lo spettatore. Un mezzo sorriso, un gesto si rivelano fonte stordente di suggestione emotiva.
Un microscopico film di straordinaria intensità che gratifica gli occhi grazie alla sua potenza compositiva e il cuore con quella emotiva. Una regia del genere in occidente occuperebbe le copertine delle riviste di cinema. Un film straordinario che dimostra che il cinema può essere ancora vivo e pulsante anche quando liberato da ambizioni e sovrastrutture virtuosistiche. Un’opera intelligente e straordinariamente competente che si muove nelle zone alte della settima arte.

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