My Name ain’t Suzie

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My Name ain't SuzieAll’inizio degli anni ’80 la Shaw Brothers per rinfrescare la produzione iniziò ad assumere registi della new wave o giovani autori semi esordienti; Angie Chan con My Name ain’t Suzie e Maybe It’s Love è una di queste.

Quel film discutibile intitolato Il Mondo di Suzie Wong (Richard Quine, 1960) deve aver fatto un mucchio di danni, tant’è che ogni guida turistica cartacea deve quasi obbligatoriamente citarlo come esempio fondamentale per l’occidentale medio, quasi come se Hong Kong in generale e Wanchai in particolare debba essere ricordata ancora oggi solo come bordello a cielo aperto per “arrapati” marinai e grassi “artisti” statunitensi perdigiorno.

Il film era una a tratti fastidiosa pellicola dal retrogusto di guida turistica filtrata dal classico sguardo giudicante e razzista tipicamente statunitense. Esemplare era un lungo piano sequenza a precedere William Holden che si avventura nella zona di Wanchai. Al suo primo piano disgustato vengono mostrati in montaggio alternato (e totalmente disgiunto, mai una visione d’insieme della scena) dettagli della vita della città, storie quotidiane, banchetti e stand di ristorantini, mercatini, probabilmente disgustosamente esotici per l’artista maledetto e disincantato interpretato dall’attore.

“Interessante” anche la figura dell’artista nell’immaginario statunitense dell’epoca; un ricco pasciuto in fuga dalla vita frenetica, amico di banchieri e politicanti, abile picchiatore e uomo dal cuore d’oro.

L’unico pregio del film in questione era di essere (involontariamente?) un forte documento storico e di mostrare comunque la città anche se filtrata da uno sguardo antropologico “fasullo”. My Name Ain’t Suzie non funziona nemmeno in questo.

Riuscendo nell’ardito compito di soffocare nella noia anche lo spettatore più preparato, il film narra una delle tante improbabili storie di super prostitute vessate da tutti i mali del mondo ma capaci, grazie al proprio carattere risoluto post femminista (la regista è donna e si intuisce macroscopicamente), di scalare l’universo dei bordelli di Hong Kong passando da sfruttata, all’apertura di un mini bordello dalla forma di karaoke e sotto copertura di un negozio di bibite, alla fondazione di super bordelli di alta classe.

Le poveracce vengono da Lantau e le vediamo fare le “pescatrici” proprio al villaggio dei pescatori di Tai O che per Hong Kong è stato evidentemente sempre visto come un paese lontano e rurale e i suoi abitanti considerati villici campagnoli (ne è un esempio anche il film Legend of the Dragon dove viene ben sottolineata questa contraddizione).

Le ragazze, tra cui svetta la protagonista Shui Mei, interpretata dalla brava Patricia Ha Man-jik, vengono scelte dalla vistosa Mother Monie che le passa, pronte per l’apprendimento, alla potente mamasan del Lucky Bar, Little Lin-yuk.

Nell’impossibilità di una adeguata ricostruzione storica il film racconta un periodo rinchiudendolo quasi in toto dentro ambienti chiusi e claustrofobici, perennemente affollati di corpi (un po’ la stessa scelta del soffocante “capolavoro” acclamato di Stanley Kwan, Everlasting Regret) appiccicandosi quindi a visi e corpi; quello di Patricia Ha Man-jik che si guadagnò per il ruolo una nomination agli Hong Kong Film Awards del 1986 mentre Deanie Yip vinse il premio come migliore attrice non protagonista, o quello di Anthony Wong, giovanissimo, qui al suo esordio.

Si può menzionare con piacere il coraggio del film di inserire dettagli e trovate stranamente cruente e non così prevedibili, come l’auto aborto della protagonista nella vasca da bagno, ma va anche notato che era carattere evidente della Shaw inserire in quel periodo sequenze gore o nudi anche integrali in modo del tutto gratuito; non fa eccezione nemmeno questo film che ci regala verso la fine una amputazione di una mano deliziosamente pop e un cobra tagliato in due.

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