My Name is Fame

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My Name is FameFai, nonostante la sua giovane età, era uno degli attori più quotati del cinema hongkonghese; ma il suo caratteraccio e la sua vena polemica lo hanno portato via via al declino, fino al punto di doversi accontentare ad accettare ruoli di comparsa per tirare a campare.
Fei è arrivata ad Hong Kong dalla Cina continentale, parlando un pessimo cantonese, ma con tante speranze di diventare una grande attrice.
Fei vuole che Fai la aiuti a realizzare le sue ambizioni e lui, con riluttanza, sente che questa potrebbe essere un’ottima occasione per un riscatto sociale, professionale ed umano.

Nonostante questa sinossi esali una fortissima puzza di già sentito, non bisogna farsi ingannare: è sorprendente come il regista riesca a raccontare in maniera originale, realistica e divertente questa variazione sull’archetipo del mito di Pigmalione, disattendendo le aspettative dello spettatore nelle situazioni che potrebbero sembrare scontate o fermandosi un attimo prima di scadere nella banalità.
Gustosa l’idea di iniziare il racconto usando la formula del mockumentary (servendosi dei cameo di alcuni rappresentativi nomi del cinema di Hong Kong) per tratteggiare questo affresco di un’industria cinematografica rabbiosamente viva ed attiva; da antologia l’immaginario discorso di ringraziamento agli Hong Kong Film Awards di Lau Ching Wan ubriaco, che dice qualcosa che suona più o meno così: “I nostri film copiavano Hollywood, ora loro copiano i nostri. Chi sono i veri AUTORI?”

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