My Sassy Girl

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Il fenomeno My Sassy Girl è ormai parte del recente passato della storia del cinema coreano contemporaneo. Eppure, rivederlo oggi grazie alla rassegna sulla k-comedy messa in piedi dal Florence Korea Film Fest è un’occasione preziosa. Gli anni passano in fretta, anche per My Sassy Girl. Da quel fatidico 2001 in cui esplose sul mercato diventando culto, fino al pessimo remake americano giustamente finito nel dimenticatoio, in Corea del Sud è cambiato qualcosa. La New Wave coreana, infatti, si è assopita dopo uno strepitoso boom di talenti osannati a destra e a manca. Guardare oggi My Sassy Girl è tornare con malinconia a quel periodo frizzante in cui la Corea del Sud s’imponeva nel cinema mondiale con fuoriclasse assoluti e capolavori indiscutibili. Più piccino rispetto ad altri pesi massimi, il film di Kwak Jae-yong rientra a suo modo fra questi titoli. Anzi, fu uno degli alfieri con cui le porte della filmografia coreana si aprirono al mercato occidentale. Sembrerà assurdo avvicinare una commedia romantica a tratti sciocca, lunga oltremodo, e anche un po’ scontata alla statura di un Joint Security Area o di un Memories of Murder. Tuttavia, basta riflettere sul flop del rifacimento hollywoodiano: perché non ha funzionato?
My Sassy Girl punta tutta la sua forza sui due indimenticabili protagonisti ed è del tutto plausibile che con un’altra coppia di attori qualcosa sarebbe andato storto. L’assurdo intreccio di amicizia-amore imbastito da Kwak Jae-yong non può essere raccontato che attraverso Cha Tae-hyun e Jun Ji-hyun. Hai voglia a buttar dentro due canoniche facce americane come le puoi trovare su qualsiasi rivista di gossip, insomma. Il primo è la perfetta macchia comica, una sorta di buffo bambolotto completo di faccia da schiaffi e il giusto piglio tenero che fa tifare per lui in ogni occasione. È nato per subire, praticamente. La seconda è un’assoluta calamita, irresistibile quando accigliata e a cui si perdona qualsiasi cosa, anche quando la si dovrebbe riprendere per il comportamento da bambina viziata. Insieme, tengono in piedi una storia, basata su fatti realmente accaduti, che è il sogno di amore e felicità di tanti film appartenenti allo stesso genere. La differenza con questi non è solo lo sforare delle due ore. La tipologia di comicità impiegata in My Sassy Girl prende le distanze dall’umorismo britannico di un Hugh Grant qualunque e non la butta mai in caciara grattando il fondo della volgarità. O meglio, Kwak si inserisce nel mezzo di questi due estremi, ma con la giusta intuizione di non cercare di avvicinarsi né a uno né all’altro. My Sassy Girl giostra gag che si rifanno ad uno slapstick sempreverde sempre tenendosi su un piano delicato, suggerendo spesso la possibilità che fra i due protagonisti vada a finire male. Lo spettatore è quindi portato da una parte all’altra della barricata continuamente. Qual è la piega che gli eventi stanno per prendere? Dove vuole andare a parare la narrazione? Si arriva fino al punto, non certo leggero per i toni di una commedia, di lasciar intendere la separazione definitiva, con tanto di lezioncina morale. In barba alla banalità, l’happy ending arriva a far tirare un respiro di sollievo, con i giusti sorrisi e la giusta lacrimuccia che ogni commedia romantica dovrebbe saper provocare. Intorno ai due protagonisti, un corredo vivacissimo di personaggi. Dalla madre che picchia il figlio con qualsiasi cosa le capiti a tiro, al padre di lei che sviene per il troppo alcool ogni volta che si mette a fare un discorso serio sul futuro della figlia per arrivare a comparse piccole ma interessanti, come gli strampalati gangster rinchiusi in prigione. Ognuno di loro, pur se sullo sfondo della vicenda principale, ne aggiusta l’orientamento, strappando risate o aumentando il dramma della possibile separazione fra la coppia di giovani.
È con questo precario equilibrio di toni che My Sassy Girl si stacca dal resto delle commedie romantiche che puntualmente arrivano nelle nostre multisale. Zuccheroso ma anche velatamente amaro, My Sassy Girl è un esempio più unico che raro di romanticismo scanzonato e irriverente che sa essere intelligente e sa far sognare l’amore che racconta. È già un classico.

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