My Son

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 1 voti]

My Son“I condannati a morte aspettano l’esecuzione, pur temendola. Gli altri prigionieri aspettano il giorno del rilascio. Ma per noi, non c’è niente per cui aspettare. È una tortura riservata solo agli ergastolani.”

Sconvolgente sotto molti aspetti, il nuovo lavoro del regista di Righteous Ties costituisce, nella forma, una svolta rispetto alla sua passata produzione ma, allo stesso tempo, nel modus operandi, una caparbia, ostinata prosecuzione sulla stessa strada. Legandosi al suo precedente lavoro nell’incipit – in carcere, arrivando perfino a prendere in prestito il personaggio del killer per un cameo -, Jang sembra voler dire: “ripartiamo da dove eravamo rimasti”. Ma la prospettiva verso cui si dirige e con la quale dirige è, ancora una volta, inaspettata. Invece della consueta commedia-calderone in cui cucinare i generi più disparati, stavolta siamo messi di fronte a quello che apparirebbe un melodramma classico e, per quanto intenso, svolto in maniera tradizionale. Niente di più ingannevole. È incredibile il colpo di scena che ribalta completamente tutta la visione del film, un artificio utilizzato con modalità e meccaniche riconducibili al thriller piuttosto che al melo. Qui che lo spirito sovvertitore e sardonico di Jang esce prepotente, giocando il suo jolly dei registri a un livello più profondo del solito, non fermandosi alla manifestazione estetica-esterna, ma mescolando le carte a un livello di meccaniche e di procedimenti narrativi.
Il personaggio di Cha Seung-won è caratterizzato in modo fenomenale, sia in fase di scrittura che sul set. Intriso di sensi di colpa e rimorsi per ciò che ha fatto e per il figlio che non ha mai conosciuto, si chiede ad ogni frase se quello che dice o che fa sia giusto, vive nella costante ansia di dire e fare cose errate, perennemente titubante su tutto, costantemente introspettivo, fragile, insicuro.

Con la stazza e il vocione che si ritrova, Cha in un ambiente che fa affidamento esclusivamente sull’apparenza probabilmente avrebbe seguitato a ricoprire ruoli di contorno, da caratterista, ma fortunatamente nella Corea del Sud saper recitare conta ancora. È stato con Blood Rain che il prestante ragazzone ha potuto dare mostra di una grande capacità di adattamento-mimesi e di eccellenti doti interpretative. Successivamente, anche grazie a Jang Jin, che – non senza titubanza – gli affidato il ruolo di protagonista nel controverso Murder, Take One, Cha ha potuto espandere ulteriormente il proprio repertorio e affermarsi quale grande professionista. In My Son è protagonista assoluto e, dopo la bella prova in Over the Border, si ritrova nuovamente alle prese con un contesto serio e commovente e con un personaggio timido, impacciato e bonaccione, stavolta con un passato scomodo alle spalle.

Jang Jin ha tutto in testa, sa perfettamente come devono essere recitate le battute, come deve risultare un’inquadratura, non perde mai di vista la visione globale della vicenda, è schematico, procede per accumulo. Ma non rinuncia a creare inserti totalmente surreali, che siano squisitamente poetici o inarrestabilmente comici – fra questi nientemeno che un volo di anatre parlanti (doppiate tra l’altro da Jeong Jae-yeong, Kong Hyo-jin e Shin Ah-kyun). Impregnati di satira e umorismo pungente, anche nelle situazioni più seriose e intense, i dialoghi del film riecheggiano dell’acume di una scrittura agile, corrosiva, antibanale. Ad esempio, la visione positivista di fondo prevede un largo uso di buoni sentimenti, occasionalmente retorici, ma qui non si eccede in melensaggini né si cede alla lacrima facile, sviluppando comunque la storia con una sequenza di momenti intimamente delicati che sanno intenerire il cuore più pietrificato, con una delicatezza e una naturalezza toccanti e coivolgenti. E in My Son – significativamente senza aggettivo possessivo nel titolo originale – trovano spazio anche voice over, aside, ralenty, ellissi temporali e verbali, personaggi fuori dal tempo (la vecchia pazza, come in Dongmakgol), allusioni omosessuali (argomento scottante in Corea), episodi da commedia romantica decontestualizzati…

Ma Jang Jin ci è o ci fa? Non si capisce mai se creda veramente nel formato che propone, dato che lo stravolge puntualmente rivoltandolo come un calzino e salta con una facilità disarmante da un registro all’altro, anche solo per pochi secondi. Ma molto più probabilmente la sua mira è quella di proporre, pur sotto forma di micro-generi all’interno di un solo macro-genere, una unitarietà a livello qualitativo e un’intelligenza che non si è abituati a riscontrare tanto spesso. Una delle stelle più luminose del firmamento di Chungmuro.

Materiale aggiuntivo:

CONDIVIDI: