Nessuno lo sa

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Nobody Knows (2004)Il giovane Akira Fukushima e la madre Keiko si trasferiscono in un nuovo appartamento. Con loro portano due pesanti valigie dal cui interno sbucano Shigeru e Yuki, i due fratellini di Akira, e presto vengono raggiunti anche da Kyoko, la sorella maggiore.  Keiko, ex aspirante musicista che adesso vive di espedienti, ha mentito alla proprietaria sul vero numero dei suoi figli per assicurarsi l’appartamento, con il risultato che i bambini devono vivere letteralmente nascosti in casa. Un giorno la madre parte per un nuovo lavoro, ma diventa presto chiaro che non tornerà. Così Akira dovrà prendere in mano le redini della situazione, diventando ben presto un surrogato di capo famiglia. I ragazzi iniziano così una vita di privazioni che mano a mano li costringerà a rompere il loro isolamento.

La disintegrazione del nucleo familiare è un tema che sembra attraversare tutto il cinema nipponico degli anni zero e oltre. Una tematica che nel corso degli anni è stata analizzata e sviscerata dalle più diverse angolazioni e sembra fare capolino nei generi più disparati, dalla commedia all’horror. Nessuno lo sa è forse uno degli esiti più riusciti e interessanti e soprattutto, sentiti di questo filone. Koreeda parte da un tragico fatto di cronaca avvenuto nel 1988 e vi costruisce una storia che tocca diverse tematiche quali la crisi della famiglia, l’indifferenza che domina una società sempre più atomizzata e l’emarginazione. Dove molti suoi colleghi dipingevano un quadro fosco e senza speranza, Koreeda preferisce raccontare una storia di individui che nonostante un vissuto tragico e un indifferenza generale che li circonda, non si rassegnano e lottano per sopravvivere.

La famiglia Fukushima entra in scena già a pezzi. Keiko sembra simboleggiare una generazione di adulti irresponsabili che ha messo a repentaglio il futuro dei propri figli pur di soddisfare i propri capricci. Nel momento in cui la donna esce di scena, il nucleo familiare invece che iniziare a perdere pezzi si compatta attorno ad Akira, che essendo l’unico ad avere contatti con il mondo esterno deve provvedere ai bisogni dei suoi fratelli. Nelle scorribande in lungo e in largo per la città nel tentativo di racimolare soldi per pagare le bollette e acquistare cibo al discount, Akira sperimenta la distanza che esiste tra lui e la sua famiglia e il mondo dei  bambini “normali”. Akira, oltre a non essere mai andato a scuola e aver ricevuto un educazione casalinga, vive un’esistenza lontanissima da quella spensierata dei suoi coetanei fatta di studio e svago in sala giochi. Il suo tentativo di avvicinarsi a quel mondo, stringendo amicizia con due studenti, finirà quando essi lo allontaneranno perché povero. Per il resto il mondo esterno ignora il dramma dei Fukushima, essi sono come fantasmi, ignoti ai più. Ma qualcuno sembra essere ricettivo, come una goffa impiegata del discount che prende Akira in simpatia, e Saki, una liceale bulleggiata dalle compagne, (anche lei una reietta in un certo senso) che entrerà nella vita dei Fukushima e, nonostante la diffidenza di Akira, si adopererà per aiutarli, arrivando perfino a praticare l’enjo-kōsai (appuntamenti “retribuiti” tra adolescenti e uomini maturi) per racimolare i soldi necessari a sfamare i bambini. Alla distruzione della famiglia Koreeda fa seguire la nascita di un nuovo nucleo, di nuovi legami grazie a cui gli individui possono sperare di sopravvivere. Il finale rimane aperto e non ci dà certezze sul destino dei Fukushima, sappiamo soltanto che adesso non sono soli.

Koreeda impiega una messa in scena sobria e naturalistica che unita alle straordinarie performance dei bambini protagonisti dona al film, specialmente nelle sequenze che illustrano la vita quotidiana dei Fukushima, un atmosfera davvero spontanea e “familiare”, quasi da filmino casalingo. Notevole l’interpretazione dell’allora giovanissimo Yūya Yagira nei panni del protagonista Akira, che gli valse  il Premio per migliore attore maschile al Festival di Cannes del 2004.

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