New Police Story

Voto dell'autore: 3/5
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New Police StoryIl Crepuscolo di un eroe. Il ritorno di Jackie. Il film si presta a molteplici slogan commemorativi. Comunque sia il film è un evento. Carico di aspettative, in positivo così come in negativo. I fans del Jackie Chan made in Hong Kong si aspettavano un altro film funambolico fatto di coreografie settate nell’interazione spazio/corpo/oggetti. I fans del Jackie Chan made in USA si aspettavano un’altra sciocchezza come tutte quelle girate negli States dal nostro. I detrattori di Jackie Chan tout court si aspettavano l’ennesimo kung fu movie circense, tutta azione ripetitiva e noiosa e zero trama. Tutti si aspettavano l’uomo, il mito, l’atleta, il corpo Jackie Chan al lavoro. E il film non è così.

L’approccio, fortunatamente è un altro, e sembra proseguire le argomentazioni iniziate nel bel Gorgeous (In Fuga per Hong Kong). Jackie si rimette totalmente in gioco, esordisce come personaggio alla deriva, alcolizzato, uomo alla fine prima che corpo da moto. E continua a descriversi come perdente nel corso del film, distrutto e superato da una nuova giovane generazione X (Gen-X Gangster?), costretto suo malgrado ad appoggiarsi ad una spalla comica (un bravissimo Nicholas Tse di Bonelliana memoria che incarna un Groucho, spalla di questo Jackie Dog [o Dylan Chan?]) unica ancora di salvataggio di un film duro, in cui i morti piovono dal cielo (letteralmente) il sangue c’è, grafico, la morte scorre gelida in ogni sequenza colpendo sempre le persone più vicine allo spettatore, sbilanciando l’equilibrio del film dalle parti del melodramma, più che dell’azione senza risparmiare nemmeno i bambini. Ed è un melodramma duro, esasperato, fatto di pianti, lacrime continue, musiche intense, quel melodramma che fa ridere la gente in sala, quindi indice di sincerità e intelligenza (anche se stretto nei limiti emotivi di un film di JC).

Ma passiamo a quelli che sono stati evidenziati come difetti del film in modo da toglierceli subito di dosso:

-Sequenze troppo melò che portano al riso involontario. Già detto sopra.

-Charlie Yeung è troppo giovane come partner per Jackie. Vero.

-L’azione è ripetitiva. Mhà.

Già ai tempi di Rush Hour “qualcuno” dal settimanale Film Tv diceva che Jackie era appesantito e incapace di fare gli stunt come una volta. E invece a 50 anni, 20 anni dopo il primo Police Story, Jackie torna a rivoluzionare il suo stesso progetto. C’è aria di rivoluzione, interna al film, ma anche all’interno del cinema di Hong Kong, Sembra quasi di vedere un lavoro sistematico a 360° per rinnovare ma con costrutto filologico un’intera storia del cinema locale con rispetto e freschezza tecnologica. Proprio come sta faceno da dieci anni (e per la seconda volta nell’arco della propria carriera) Tsui Hark. Che c’entra Tsui Hark direte voi? C’entra, c’entra e ci torniamo dopo.
L’azione così non diventa più il fulcro del film e il corpo spesso lascia la precedenza alle armi da fuoco.
Stunts: Jackie dimostra di aver raggiunto si una certa età, ma di essere ancora capace di saper dare qualcosa. Si getta da un grattacielo attaccato ad una corda e manette, salta da un tetto ad un lampione e poi ad un autobus, si giostra in un breve inseguimento alla Ong Bak, e sul finale si lancia da un palazzo a terra, frantumando una insegna luminosa scoppiettante come nel finale del primo film della saga, con un tempismo perfetto.
Regia: la regia, talvolta coadiuvata da del discreto 3D è in media funzionale (e da un regista così discontinuo non è che ci si aspettasse chissà cosa) anche se ha degli improvvisi guizzi di senso del grandeur che riescono a coinvolgere. Durante gli stunt spesso il “punto macchina” è perfetto, spesso la macchina da presa si butta nella scena distruggendosi insieme al mezzo che la contiene (e anche qui viene da pensare a Tsui). Il film inoltre offre una delle più belle e ricercate esplosioni degli ultimi anni e degli apparati scenografici, uniti ad un senso della composizione dell’immagine molto piacevoli.
Nostalgia: In una sequenza di una decina di minuti, quella in cui un autobus rade al suolo mezzo quartiere, Jacky si autocita tutta la carriera, Police Story,  nell’autobus e nei salti dal lampione, gli skate, i pattini e le bici dei vecchi film (Wheels on Meals), la cabine telefoniche distrutte, le vetrate infrante, i salti tra le insegne luminose frantumate. E sul finale, per risollevare la cupezza di un film troppo duro per Jackie Chan, situa lo scontro in un’esposizione della Lego, contraltare del grande magazzino del primo film, tra mattoncini, sfere colorate e piogge di palloncini.
Jackie dal canto suo si concede un paio di corpo a corpo contro Andy On (Black Mask II, Star Runner) mentre per il resto cerca di recitare e di appoggiarsi ad una base drammatica.
Manca Maggie Cheung. Ma c’è comunque un gran contorno di grandi attori a partire da Charlie Yeung (The Lovers), uno scolpito Yu Rongguang, un’inutile mezza Twins, Charlene Choi (che fa la spalla della spalla: un gomito?), una bellissima Coco Chiang e, con grande sorpresa, l’insipido Daniel Wu che se la cava in modo egregio nei panni del violentissimo antagonista.
Parlavamo di una rivoluzione interna al film consapevole. Questa cosa è più che evidente se si  nota come sistematicamente siano stati ribaltati tutti i punti fissi del “genere” Police Story. Negli anni ’80 Jackie e Tsui erano maestri di un “gioco”, ossia di costruire alcune sequenze interne al film, veri pezzi di bravura e assoli di regia in cui un numero elevato di personaggi in uno spazio ridotto dovevano muoversi senza farsi vedere l’uno dall’altro. Ce ne sono decine di esempi nel cinema di questi due Autori. In questo film accade la stessa cosa. Jackie Chan e Nicholas Tse devono evadere dalla stazione di polizia senza farsi vedere da nessuno, ma instancabilmente continuano a urtare oggetti, scontrarsi con persone e commettere decine di errori che rivelano la propria presenza, salvati solo dal fatto che tutti fanno finta di non vederli per facilitare la loro fuga. L’esatto contrario del paradigma.
Alla vista di tutti questi ragionamenti, ipotesi, e paragoni forzati con Tsui, giunge però l’ennesima conferma. Sul finale, e mi spiace rivelare questa sorpresa (smettete di leggere!) scopriamo con sommo stupore che Nicholas Tse è figlio di Wu Bai, che fa un piccolo cameo. Quindi andate a rivedervi Time & Tide e stupitevi con noi.
I Johnnie To, gli Infernal Affairs, i Stephen Chiau, speriamo Tsui Hark, ed ora Jackie chan (che c’era già chi lo dava per sepolto). E si, il cinema di Hong Kong sta ripartendo.

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