No Mercy for the Rude

Voto dell'autore: 4/5
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No Mercy for the RudeStupiscono ogni anno di più gli esordienti coreani. Questa volta per il suo debutto a Chungmuro Park Cheol-hwi – già stimato aiuto-regista e sceneggiatore di un certo rilievo – ha tirato fuori dalla manica un asso di dimensioni inusitate. Con No Mercy for the Rude promette di entrare a breve nel novero dei grandi registi della penisola essendo riuscito a condire un noir scuro e disperato con elementi drammatici, comici, melo, grotteschi, conservando in ogni aspetto una forte componente emozionale e quasi sempre convincendo anche a livello di sceneggiatura.
La tensione si fa palpabile, poi viene sapientemente stemperata in episodi più leggeri, senza peraltro perdere l’alone di sporcizia e di degrado di un mondo ai margini. Il killer muto protagonista è un tipo freddo e professionale, ma in realtà sensibile e dal cuore d’oro e logicamente finirà col mettersi nei guai. La sua voce narrante è ridicola e tragica al tempo stesso e unisce toni didascalici, battute di spirito, commenti struggentemente poetici, accentuando il lato ora ironico ora drammatico delle situazioni. Un personaggio sulla falsariga del bessoniano Leon, ma Park, al posto della Francia, ha scelto di omaggiare la Spagna (le corride) e l’Italia (Bella Ciao). E chi meglio di Shin Ah-kyun – già muto, violento e generoso in Sympathy for Mr Vengeance – poteva interpretare il silenzioso e micidiale protagonista? Il suo doppiaggio narrante è impeccabile, la sua interpretazione sprizza stile e istrioneria e nel finale particolarmente sanguigno sbatte in faccia il suo straordinario talento a chi non l’avesse ancora riconosciuto. C’è poi la pin up della situazione, una Yoon Ji-hye (Never to Lose,Possible Changes) che col suo completino intimo avrà causato molte cadute di mascella, e il pesce lesso Kim Min-joon (la serie Damo), scritturato unicamente per la popolarità e la sua familiarità con il wirework. Altre facce note e meno note completano un cast ben assortito ed efficace (con l’eccezione ittica di cui sopra), per quanto alcune macchiette grottescamente caricaturali eccedano in malvagità o cialtroneria.
Fotografato con luci stratosferiche che riempiono di plasticità e tridimensionalità ogni inquadratura, il film è montato in più punti in modo entusiasmante, in altri senza particolari guizzi personali, col risultato di ostentare eleganza e modernità senza far venire giramenti di testa con soluzioni videoclippare. Costituite quasi esclusivamente da duelli all’arma bianca, come da tradizione locale, le coreografie non sono affatto male, violente al punto giusto, mai preponderanti sulla storia. La regia fa abbondante uso di primi piani ad effetto e di traballanti riprese a mano, conferendo di riflesso un senso di instabilità per il presente e di incertezza per il futuro dei protagonisti.
Un noir solo nell’estetica, in realtà un melodrammone urbano disperatissimo fatto di grandi persone-personaggi che cercano di stare a galla nel degrado della grande metropoli. Certamente non innovativo e nemmeno epocale, ma di sicuro un film da gustare per l’atmosfera tesa, i (pochi) colpi di scena e soprattutto per la potente descrizione del rapporto che si viene a creare fra i tre protagonisti. Questi tre coinquilini “per forza o per amore”, ognuno in qualche modo rifiutato dalla società e ognuno in cerca di un riscatto per migliorare la propria condizione, costituiscono un ennesimo input nella riflessione – trasversale al cinema coreano contemporaneo – sul concetto di “nuova famiglia”, anomala, allargata, s-legata, trasfigurata, universale, emofiliaca, un tema che sta particolarmente a cuore ai cineasti della penisola.

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